U.N.L.A. - Centro di Cultura per l'Educazione Permanente  -  SS 106 Palazzo Comunità Montana "Aspromonte Orientale"   -    Bovalino (RC)

Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo

u.n.l.a. Bovalino

  

www.unla.it

 

   HomeNewContatti   Riconoscimenti   Dicono di noi 

 

Cenni Storici

L'antichità delle sue origini, certamente ultramillenarie, è confermata dalle ipotesi sul nome che la cittadina ebbe in varie epoche remote (Mocta Bubalina, Motta Boccolina o Bucalina, Motta Bovalina, ecc.), tutte riferite al periodo imperiale romano, se non addirittura alla Magna Grecia.
Alcuni, infatti, opinano che il nome Bucalina possa derivare dall’attività di vasai dei primi abitatori della contrada (baukalion = piccolo vaso per bere) e quindi possa essere riferibile all’epoca delle città italiote. Una delle città satellite di Locri Epizefiri sorgeva proprio sulla riva destra del torrente Buonamico, nell’attuale contrada Palazzi di Casignana; il suo nome era Uria o Orra e dovette avere un ruolo non indifferente se, come pare certo, batteva moneta propria con l’epigrafe Orra dei Locresi e se, come narra Tito Livio, fornì ai Romani 4 navi a tre ordini di remi che combatterono contro il re Persèo di Macedonia (168 a.C.).
Non si sa l’epoca precisa della sua distruzione, ma è verosimile che nella diaspora dei suoi abitanti nacquero i paesi di Bovalino (allora detta Althanum), Panduri, Potamia e Petracucva: l’origine greca del paese, quindi, avrebbe così un' ulteriore conferma.
Altri avrebbero riconosciuto nei ruderi della contrada Palazzi, alla foce del Buonamico, la città di Buthroto ricordata da Teopompo, Livio e Cicerone come campo di Annibale prima dell’attacco a Locri, occupata dai Romani.
Qualcuno infine, forse con qualche ragione storica e toponomastica più consistente, fa risalire il nome di Bovalino ai primi secoli della cristianità, quando la Calabria Jonica, e segnatamente la Locride, venne colonizzata e divisa dai conquistatori romani in vasti latifondi ed affidata a "dòmini", che provvidero a costruire per se stessi splendide dimore (villae) ed ebbero il compito di riorganizzare l’agricoltura e l’allevamento del bestiame per garantire all’Urbe ed ai suoi eserciti combattenti derrate abbondanti e a buon mercato. Le brevi ma ubertose pianure vennero sottoposte ad una radicale riforma agraria, per la produzione soprattutto di granaglie, ed in collina sorsero numerose "villulae" o villaggi dediti all’allevamento del bestiame (suini, bovini, ovini e bufali). Chi vuole far risalire il nome Bubalina a quell’epoca, ritiene che esso possa essere stato mutuato da quello del patrizio romano "Bubalus"(?), proprietario della tenuta e della villa che verosimilmente sorgeva in contrada Judeo, località tra Bovalino ed Ardore, dove di tanto in tanto affiorano reperti archeologici databili intorno a questo periodo (come il sarcofago romano baccellato e figurato, ora conservato nel Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria); oppure che il luogo originariamente veniva indicato come fattoria, dove venivano allevati i bufali (bubalinus = di bufalo; Bubalina = fattoria di bufali ?).
In mancanza di documenti certi, qualsiasi ipotesi può essere riferita, senza che la stessa venga assunta come verità assoluta. C’è da osservare che il periodo storico ed archeologico, che va dal I° al IV° secolo d.C., è stato scarsamente indicato dagli studiosi di cose calabresi attratti più dal culto della grecità e dal fascino della cultura bizantina. Se ancora oggi si sa così poco di questo periodo, c’è sempre la speranza che, attraverso campagne di scavi meno approssimative e più mirate condotte con metodi scientifici moderni sui numerosi siti archeologiche romani della zona, si potranno arricchire di più le nostre attuali conoscenze.
L’epitaffio inciso su coccio in lingua latina (III°- IV° secolo d.C.) rinvenuto alla fine del secolo scorso nelle campagna di Bovalino, dedicato dalla moglie "a Felice ben meritevole"; la presenza nella zona della splendida villa romana di Palazzi di Casignana; gli interessanti ritrovamenti affiorati in contrada Judeo; tutto ciò autorizza a supporre sia la presenza di una comunità latina sul territorio, sia l’antica cristianità della nostra zona. E forse, un giorno, dall’Archeologia verrà fatta luce sulla storia dei secoli bui, a partire dal Basso Impero e dall’Alto Medio Evo fino all’arrivo in Calabria dei Normanni.
L’Archeologia e indagini storiche più accurate ci sveleranno un giorno la storia della presenza ebraica sul nostro territorio. Si sa che gli Ebrei furono presenti nelle nostre contrade già a partire dal I° secolo d.C., subito dopo la distruzione di Gerusalemme e nei secoli successivi. La loro presenza è testimoniata dai numerosi toponimi che restano ancora nella zona e dalla scoperta a Bova Marina di una sinagoga del III° secolo d. C.. La Calabria stessa sembra quasi esclusa, durante questo lungo periodo, dalla storia del resto d’Italia, salvo che per le notizie riscontrabili in Cassiodoro, e più tardi, nelle biografie dei santi italo-greci. E’ stato questo, invece, il periodo più importante per la formazione della cultura e della spiritualità della Calabria, da cui si è irradiata nel mondo occidentale la cultura greca.
"Il monachesimo calabro-greco fece della Calabria un’isola di civiltà e cultura nel corso dei secoli più oscuri e barbari del Medio Evo".
Non fosse stato per queste preziose fonti, l’oscurità sui secoli lontani sarebbe stata ancora più profonda. A cancellare, in parte, la memoria storica del nostro popolo hanno contribuito soprattutto le grandi devastazioni delle orde barbariche del V° secolo d.C. ed il terribile ventennio delle incursioni dei Vandali, provenienti dall’Africa e dalla Sicilia, che nelle loro razzie hanno tutto depredato e distrutto. Successivamente, questa opera di spoliazione culturale è stata proseguita dai vari invasori della regione e dai predoni Saraceni e Turcheschi, che per secoli hanno terrorizzato le popolazioni.
Sappiamo perciò poco del ruolo che Bovalino abbia potuto avere nella storia della Calabria durante questo lungo periodo storico. Ma le vestigia di importanti insediamenti conventuali nella zona, i toponimi di chiara origine bizantina, l’alta percentuale di cognomi di origine greca, testimoniano la  presenza massiccia di religiosi e laici orientali già a partire dal VII° secolo d. C.. I monaci orientali della Cappadocia, sospinti dalla minaccia islamica, fuggirono verso occidente e, raggiunta la Calabria, vi fondarono i primi cenobi. Nel VIII° secolo un’altra ondata di religiosi e non, in fuga a causa delle persecuzioni iconoclaste operate dagli imperatori Isaurici, lasciò le province orientali dell’Impero alla volta della Calabria. Le vallate dei torrenti Careri e Buonamico e le alture di Varrano si popolarono di piccoli e grandi monasteri; ed è verosimile che Bovalino sia stata al centro di questo vasto fermento culturale e religioso. 
Intorno all’anno 890, nel territorio di Bovalino, si registra la presenza di S. Elia di Enna nel Monastero di San Pantaleone. Nella prima metà del XI° secolo, il nome di Bovalino compare nella biografia di un santo monaco, San Luca di Melicuccà, per due miracoli operati dallo stesso proprio in questo posto. Ed è molto probabile che, in questa stessa epoca, l’antica cittadina sia stata il centro feudale, amministrativo e politico di tutto il vasto circondario comprendente le vallate del Careri e del Buonamico. Tutta la zona fu a quell’epoca probabilmente molto popolata, a giudicare dal gran numero di monasteri che vi sorgevano e dal fatto che sia stato necessario edificare, contro le continue insidie dei saraceni ed a difesa della popolazioni, ben due fortificazioni di natura inespugnabile come il Castello delle Tortore (odierna Pietra Castello, sopra San Luca) nell’anno 884 ed il Castello di Pietra Kappa, dello stesso periodo.
Intorno a Bovalino sorgevano i monasteri di San Teodoro di Varrano, al centro della vasta zona collinare alle spalle dell’antico centro; Santa Maria di Randalibus (odierna Randaci ?), Santa Maria di Camuthesi o Camocisse e l’Abbazia di San Pantaleone. Se il Monastero di San Giorgio di Pietra Kappa (ricordato nel bios di S. Elia lo Speleota,  X° secolo), importante centro di trascrizioni amanuensi di antiche scritture e di preziosi testi (come il Vangelo trascritto dallo Ieromonico Atanasio nell’anno 1197) ed il Monastero di San Giorgio di Bovalino si identificano in un unico luogo, come ritengono quasi tutti gli studiosi, la località "importante nel X° secolo per popolazione e commercio dal nome B.tr.qùquah vicina al nominato monastero" cadeva sotto la giurisdizione di Bovalino.
B.tr.qùquah fu distrutta nel 952 dai Saraceni durante la ritirata verso Reggio, dopo la sconfitta a Gerace ad opera dell’esercito bizantino.
Il nome di Bovalino compare assieme a quello di Gerace nella cronaca sicula-saracena (985-986) e nella cronaca cassanese del X° secolo, dove si legge: "nell’anno 6494 (=986) furono prese Santa Ciriaca (Gerace) e Bovalino".
Con l’arrivo dei Normanni, l’importanza politica e militare del centro aumenta; i nuovi conquistatori, infatti, decidono di edificarvi un imponente e munitissimo Castello e di fortificare l’abitato, assegnandogli così un ruolo importante nel progetto strategico di difesa del Conte Ruggiero. Su un lato dei ruderi del Castello, danneggiato dai terremoti e distrutto dall’incuria e dall’ignoranza degli uomini, si può notare ancora oggi, incisa su pietra, l’iscrizione in caratteri greci "...MHLIOS P Y MAQA...". A giudizio di insigni studiosi, non si tratta di epigrafe bizantina ma classica, indizio questo che autorizzerebbe a supporre che il blocco litico inciso possa provenire dai ruderi di un tempio magnogreco che sorgeva nella zona, dedicato al Dio Sole.
Le statuette fittili (del V° secolo a.C.) trovate in contrada Bricà e conservate nell’Antiquarium di Locri, come altri ritrovamenti che si trovano al Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, rafforzerebbero questa ipotesi, trattandosi probabilmente di ex voto.
Non si hanno notizie precise sui signori che tennero il vasto complesso feudale durante i secoli XI° e XII°. E’ certo comunque che i Normanni operarono, già agli inizi della loro dominazione, profondi mutamenti nell’assetto politico ed organizzativo della regione. Gli Altavilla trovarono, nei nobili feudatari bizantini della regione, fieri avversari adusi ad una quasi totale indipendenza dal potere di Bisanzio, che si opposero alla ferrea sottomissione imposta dai nuovi padroni. Nel 1096 Ruggero comandò che i riottosi fossero condotti al suo cospetto con una corda al collo, confiscò i loro beni e li affidò ai più fedeli dei suoi uomini. Non sappiamo se fatti del genere siano accaduti nel territorio di Bovalino. In un documento del 1144 si fa cenno ad un dono di schiavi di Mesa, Rimetta e Bubaline, da parte di Ruggero II° a favore del Monastero di Messina. Lo stesso Ruggero II° prescrisse, in occasione dell’assegnazione alle varie terre dei Giustizieri del Ducato di Calabria, che Bovalino, in caso di guerra, dovesse allestire una nave per la difesa.
Notizie più precise si hanno del periodo Svevo. Il nome Bovalino fu legato per molto tempo alla dinastia calabrese dei Ruffo che iniziarono la loro ascesa sotto Federico II°. Il primo Signore di Bovalino fu Fulcone o Fulco Ruffo, il rimatore, Conte di Sinopoli e Signore di Bovalino e Santa Cristina, che ebbe il Feudo come dote della moglie Margherita de’ Pavia, figlia del barone Carnalevario de’ Pavia. Fulcone fu l’unico, tra i feudatari calabresi che si opposero a Manfredi, che resistette all’assedio dello Svevo nei Castelli di Bovalino e Santa Cristina, per due anni, cedendo solo ebbe la notizie che tutta la Sicilia era stata assoggettata (1258). Gli eredi diretti di Fulcone, i figli Enrico e Fulcone II°, si divisero i vasti possedimenti ed a Fulcone II° toccarono quelli relativi alla parte jonica, comprendente Bovalino. Il figlio di quest’ultimo, Nicolò Ruffo, dominò fino al 1372 (anno della sua morte). Nella chiesa di San Francesco di Gerace si conserva il magnifico sarcofago marmoreo che contenne la sua salma, distrutta dai soldati francesi durante l’occupazione del 1806. Alla sua morte non lasciò prole ed il feudo passò ad un altro Ruffo, non prossimo congiunto ma omonimo, Nicolò Ruffo dei conti di Catanzaro. Siamo nel periodo susseguente alle sanguinose lotte tra Angioini ed Aragonesi di Sicilia che portarono devastazioni simili a quelle che la regione conobbe al tempo dell’invasione dei Goti. La guerra del Vespro, che durò 20 anni, ridusse la Calabria ad un enorme campo di battaglia. Nel 1288 Bovalino fu attaccata e distrutta dalle truppe di Giacomo II° d’Aragona. La stessa sorte toccò ad altre cittadine rivierasche della regione.
La famiglia dei Ruffo continuò a dominare Bovalino ed ultima intestataria del feudo con il nome Ruffo fu la Marchesa di Crotone Enrichetta, la quale, sposando nel 1441 Antonio Centelles, cedette allo stesso titolo e feudo. Per alcuni anni, dal 1445 al 1462, la Baronia di Bovalino, Bianco e Bruzzano con le dipendenze, fu tolta al Centelles, reo di tradimento e concessa prima a Tommaso Caracciolo Conte di Gerace (successivamente accusata anch’egli di fellonia), poi ad Andrea de Pol.
Nella lotta dei primi anni del 1500 tra Aragonesi e Francesi, Bovalino compare come rifugio, prima di Ugo de’ Cardona (comandante aragonese) in fuga dopo la battaglia di Terranova,  poi come accampamento invernale del D’Aubigny (comandante delle truppe francesi). Nel 1462 Centelles, tuttavia, tornò in possesso dei suoi feudi, tra cui la Baronia in questione. Alla sua morte, il feudo rimase al fratello Alfonso Centelles ancora per pochi anni. Nel 1496, Re Federico d’Aragona vendette a Tommaso Marullo di Messina tutto il vasto corpo feudale detto Baronia di Bianco, in cui era compresa Motta Bovalina. Ai Marullo restò per quattro generazioni e per circa 90 anni. Nel 1586 Sigismondo Goffredo, Barone di Grotteria, acquistò la parte di feudo relativa a Motta Bovalina e casali, compresa Potamia, ed ebbe il titolo di Marchese di Bovalino. Dei preliminari di questa compravendita ci resta un apprezzo commissionato dal compratore a tal Pompeo Basso, "Tabulario" che descrive minuziosamente l’abitato e il territorio di Bovalino alla fine del XVI° secolo. Apprendiamo così che "... è una terra con prospective de mare et montagne bellissime de bonissimo aere, terra da due parti murata, dall’altra chiusa de mura et parte de timpe de tufo..."; che il castello all’epoca non era stato completato mancando uno "balovardo" e "cortina de muro"; che "s’entra per ponte de legname"; che "fuori delle mura sono due borghetti" le cui case sono "de fascine incretate et coverte de creta"; che a circa un miglio e mezzo esiste un casaletto di otto fuochi (circa 40 persone) "nominato Malestare"; che la popolazione compresi casali e "burghetti ascende a 356 fuochi"; che vivono a Bovalino oltre 30 famiglie (fuochi) "officiali della regia cavalleritia et razza"; che non vi sono nè medico, nè speziale; che i cittadini "al generale sono poveri" eccetera. Questo ed altro si legge nell’apprezzo, tanto che si può ricavare un’idea sufficientemente attendibile sul modo di vivere di quei tempi. Questo trovò il Barone Loffredo al suo arrivo nel feudo. Sigismondo morì nell’ottobre del 1612, ma già nel 1605 aveva ceduto alla moglie, Beatrice Orsini dei duchi di Gravina, il feudo. Non si conosce il motivo ma la Marchesa, qualche anno dopo la morte del marito, dovette alienare la terra di Bovalino a causa dei debiti lasciati dal defunto: questa potrebbe essere la ragione dello strano ed inusuale passaggio di proprietà tra coniugi. Del resto, quello del tracollo finanziario dei feudatari era diventato una costante: già i Marullo, tempo prima, dovettero vendere e smembrare il grande feudo e lo stesso Sigismondo nel 1603 aveva venduto la terra di Potamia, ormai ribattezzata da lui stesso San Luca, a Giovan Francesco Gregorace per 16.000 ducati.
Ma, tornando alla povertà della popolazione segnalata anche nell’apprezzo del Tabulario Pompeo Basso, è facile intuire che essa veniva acuita, oltre che dal disumano sfruttamento dello Stato e dei potenti feudatari, anche dalle difficoltà di instaurare scambi commerciali esterni, per mancanza di vie di comunicazione e per l’isolamento della zona dai centri commerciali importanti. Il Conte Giovanni Marullo lamentava le difficoltà di collocare il vino prodotto dai suoi vassalli "nelle terre di Condijanne, Bianco e Motta Bovalina". Mentre il fiscalismo regio, sempre più esoso, produceva il fenomeno del contrabbando, che assunse aspetti allarmanti e che vide coinvolta anche Motta Bovalina, come si legge in un documento del 1583.
Il 26 giugno 1587 il Loffredo ebbe il titolo di Marchese di Bovalino, che si estinse con la sua morte perchè non lasciò eredi diretti.
Il I° settembre 1594 si abbattè sulla zona jonica il flagello Sinam Pascià Cicala, ammiraglio della flotta Ottomana, ma nato a Messina da Visconte Cicala genovese e dalla sua schiava turca Lucrezia; fu rapito in tenera età ed avviato all’educazione islamica. Gran soldato e valente marinaio, raggiunse i più alti gradi militari in breve tempo. Assieme all’altro rinnegato Occhialì, di origine reggina, fu il terrore del Mediterraneo. Quel I° settembre prese, saccheggio e bruciò Bovalino ed altri paesi della zona. Impresa che ripetè qualche giorno dopo (8 settembre) di ritorno da Reggio e diretto a Castelvetere, che cinse d’assedio alcuni giorni dopo. A seguito di questa devastazione, che certamente produsse un grande numero di morti, la rovina e la diaspora degli abitanti, il Marchese Loffredo fece presente alla Corte che "si stava adoperando per ripopolare le terre del suo feudo, richiamando i fuggiaschi ed aiutandoli, ma che ascendendo i danni del saccheggio ad oltre 140.000 ducati, poco si sarebbe potuto fare senza la concessione da parte regia di una esenzione trentennale degli oneri fiscali". Il secolo XVI° si chiuse con questa immane tragedia. E fu forse per questo che si ritenne necessario costruire nel 1605 sul litorale bovalinese una torre di avvistamento a base quadrangolare troncopiramidale (Torre Scinosa), che si rivelò preziosa in quei tempi. Esisteva fino al 1912, quando venne distrutta per stolta ed arrogante iniziativa dei potentati dell’epoca.
Altri fatti storici hanno visto coinvolto Bovalino verso la fine del XVI° secolo.
Nel 1571 marinai bovalinesi, su una galea armata dal Conte Marullo, parteciparono alla battaglia di Lepanto che vide le forze cristiane vittoriose su quelle turche.
Il 1571 fu anche l’anno di nascita del "soldato di Cristo" Beato Camillo Costanzo, di cui diremo più avanti.
Il XVII° secolo vide nuovi padroni nel feudo. Nel 1617 Bovalino e pertinenze passarono nelle mani di Sebastiano Vitale per 85.000 ducati per vendita della Marchesa Beatrice Orsini. Nel 1650 il Vitale alienò a sua volta il feudo ad Orazio Del Negro. La famiglia Del Negro tenne la terra di Bovalino fino al 1700.
Il 1600 fu un secolo terribile per la Calabria. Una serie impressionante di terremoti, alluvioni, pestilenze, assalti turcheschi e bibliche carestie fiaccarono la pur forte e rude popolazione, adusa ai più duri sacrifici. Durante tutto il XVII° secolo vi furono in Calabria più di venti terremoti con centinaia di migliaia di vittime; varie epidemie e pestilenze decimarono la plebe contadina, già prostata dalle sciagure ed affamata dalle carestie. Alcuni paesi scomparvero del tutto, in altri la popolazione fu dimezzata o molto ridimensionata, com’era successo molto tempo prima (1431) a Reggio, dove le famiglie, a causa delle epidemie, furono ridotte da 1.300 a 200.
Bovalino, come abbiamo visto, contava nel 1586 più di 356 famiglie; nel 1595 scese a 168, subito dopo l’attacco di Pascià Cicala; risalì a 176 solo nel 1648 per poi ridiscendere a 126 nel 1669 e a 70 fuochi dopo pochi anni. Questo impressionante calo demografico la dice tutta sul martirio delle popolazioni calabresi. Il fatto ha un riscontro puntuale della curva demografica di altri paesi, come San Luca (anno 1641 abit. 600; anno 1667 abit. 356).
Il 29 gennaio 1624 sbarcò a Bovalino (perchè non a Gerace Marina?), proveniente da Catanzaro, il vescovo Stefano De Rosis  per recarsi a Gerace a prendere possesso della Cattedrale vescovile. Questo fatto, di per sè poco importante ai fine di questa trattazione, collegato ad altri episodi, come la partenza da Bovalino della Galea per la battaglia di Lepanto, la spedizione via mare , da Bovalino, delle derrate alimentari prodotte nella Baronia di Bianco dai Marullo prima e dal Loffredo poi, autorizzano a pensare che alla marina di Bovalino potesse esservi un approdo adatto a ricevere navigli di una certa stazza.
L’ipotesi non appare tanto azzardata se si pensa che all’epoca e fino a metà del 1700, come documentano alcuni disegni del viaggiatore francese abate Saint Non, il profilo della costa era molto più avanzato di quanto non sia oggi; i fiumi avevano estuari ampi e profondi, adatti all’approdo. Lo stesso Gabriele Barrio, storico dell’epoca, parla di fiumi navigabili nel secolo XVI°. Il paesaggio che vediamo oggi, aspro e desolato in alcuni tratti della costa, non fu così un tempo. Alcuni toponimi ancora in uso come bosco, foresta, lacchi, che non trovavano riferimento nell’attuale situazione del territorio, si giustificano con la coreografia che ci viene tramandata. Non è quindi improbabile che una piccola insenatura naturale, oggi scomparsa, oppure un fiordo che si insinuasse in uno dei torrenti, potesse offrire un comodo approdo a navi di piccolo cabotaggio. Altri episodi a conforto di questa ipotesi avvennero durante il periodo della grande carestia (1670-1680). Il 9 marzo 1979 la barca Santa Maria di Portosalvo, carica di 300 tomoli di grano, partì da Cariati diretta a Bovalino dove il prezioso carico doveva essere sbarcato per conto del feudatario Principe Spinelli e proseguire via terra alla volta di Oppido. Il maltempo mise fuori rotta l’imbarcazione e lo sbarco avvenne altrove. Il 12 marzo dello stesso anno un altro carico di grano diretto a Bovalino, sempre con destinazione Oppido e Casali, venne attaccato dai pirati e l'imbarcazione si rifugiò a Roccella, da dove il carico proseguì a dorso di mulo attraverso le montagne.
Si è accennato alla presenza, nel XVI° secolo a Bovalino, del personale addetto alla "Regia Cavalleritia et razza" esente dalla giurisdizione feudale. Si trattava di un cospicuo numero di persone addette all’allevamento di cavalli di proprietà della Corona. La Regia razza di Calabria era presente in tutto il territorio di quella che era stata la Baronìa di Bianco. Già al tempo degli Svevi essa rappresentava una gloriosa tradizione locale, con pascoli in Aspromonte, Capo Bruzzano, Condojanni, Bovalino, Casignana e San Luca. Nel 1625 gli allevamenti Regi furono soppressi e i territori furono venduti al Principe di Roccella.
Cambia secolo, cambiano i padroni. Mentre l’Europa del XVIII° secolo è già alle prese con la rivoluzione industriale e con la competizione per la conquista dei mercati, il Sud d’Italia perpetua la sua lunga notte nel feudalesimo. Bovalino con le sue pertinenze passò dalle mani dell’ultimo erede, per linee femminili, della famiglia Del Negro, Principe Nicola Bernardino Caracciolo, a quelle del Duca di Saracena Francesco Pescara Diano, il quale l’acquistò dal predetto Caracciolo nel 1716. I Pescara Diano vendettero i loro feudi di Lungro e Saracena al Principe di Scalea e si stabilirono a Bovalino dove abitarono nel castello, dopo aver ottenuto che il titolo di Duca fosse trasferito dalla terra di Saracena a quella di Bovalino. Nel 1720 la Duchessa donò ai sudditi del nuovo feudo un reliquario in bronzo dorato contenente ben 126 reliquie preziose e rare, appartenente al patrimonio della sua famiglia. La più giovane di 8 figlie del Duca Francesco, andò in sposa al marchese Caracciolo di Brienza e fu madre dell’Ammiraglio Francesco Caracciolo, martire della Repubblica Partenopea (morto impiccato per ordine di Nelson nel 1799). Giuseppe Pescara Diano fu l’ultimo feudatario di Bovalino. Le leggi eversive della feudalità abolirono i diritti ed i privilegi feudali anche se fu consentito de jure la trasmissione ereditaria dei titoli nobiliari. Il titolo di Duca di Bovalino passò ai Principi di Morra che lo ottennero per eredità in linea femminile, avendo il Principe Giovanfrancesco Morra sposato la Duchessa Maria Pescara Diano.
Se il XVII° secolo fu, come si è visto, denso di calamità naturali e non, il XVIII° secolo non fu da meno. Oltre ai soliti terremoti, carestie e pestilenze, comuni a tutta la Calabria, Bovalino registrò anche disastrose invasioni di locuste, la prima delle quali, nell’anno 1671, sterminò ogni specie di vegetazione. Gli animali morirono per mancanza di foraggio e la fame mietè molte vittime tra la popolazione. Numerosi furono i bambini sotto i 6 anni annientati dalle privazioni. Il fenomeno si ripetè per 3 anni consecutivi, tra il 1739 e il 1741, portando ogni volta carestia e morte.
Alla metà circa del XVII° secolo fu a Bovalino, dove esercitò la professione medica per alcuni anni, Daniele Spinola, genovese studioso di scienze e fervente seguace delle teorie galileiane, amico ed allievo dello scienziato napoletano Giovanni Alfonso Borelli, a sua volta amico di Torricelli e Malpighi.
Il secolo XVIII° vide fiorire a Bovalino un certo fermento culturale e scientifico. Operarono medici e ricercatori come il dott. fisico Francesco A. Ruffo e il genero di questi, dott. Pietro Fassari. Verso la fine del 1700 operò a Bovalino anche il dott. fisico Francesco Marrapodi. Il secolo si chiuse con la più grande catastrofe naturale che investì mai la Calabria. A mezzogiorno circa del 5 febbraio 1783, un tremendo boato annunziò il "grande Tremuoto". Nel giro di due minuti, con moto sussultorio-ondulatorio e vorticoso, cancellò dalla faccia della terra intere contrade, sradicò alberi, capovolse case, ridusse tutto in rovina. Anche se la zona jonica fu tra le meno colpite, i disastri furono immensi. Bovalino ebbe 8 morti ed 80.000 ducati di danni (una cifra enorme). I morti furono 4 uomini, 3 donne e 1 bambino. Ferdinando IV° di Borbone, ottenuto l’assenso del Papa, decretò l’istituzione della Cassa Sacra che previde la soppressione di alcuni monasteri e conventi e la conversione del ricavato dei beni ecclesiastici alienati "in beneficio e sollievo per le popolazioni disastrate" (il 4 giugno 1784 venne soppresso a Bovalino il convento del SS. Nome di Gesù dell’Ordine de’ Riformati). L’operazione di per sè coraggiosa e in qualche modo rivoluzionaria, pensata forse con la migliore intenzione, si rivelò all’atto pratico un’atroce beffa per i poveri duramente colpiti dal sisma ed un autentico affare per la borghesia rampante e la gente di malaffare, che ebbe a prezzi ridicoli immense fortune. La Repubblica Partenopea del 1779 assegnò Motta Bovalina al Cantone di Roccella ma, come si sa, essa durò pochi mesi per la feroce reazione della bande della Santa Fede del Cardinale Fabrizio Ruffo, che riconquistò ai Borboni il regno perduto, dopo sanguinose lotte.
Ai primi del secolo XIX° cominciò il lento, ma costante, spostamento degli abitanti verso la pianura costiera. Nuclei di povere casupole di pescatori già preesistevano a Bovalino nelle zone Sant’Elena e nel Borgo e qualcuno vicino alla Torre Scinosa, nei pressi della quale vi era pure la chiesetta delle anime del Purgatorio. Ma solo quando le famiglie facoltose di Bovalino Superiore e di altri paesi della zona cominciarono ad edificare le loro grandi e belle case intorno alla torre viceregnale, la "Marina" cominciò ad avere una sua fisionomia: già nel giugno 1816 vi venne istituito un sindacato marittimo di I° classe e fin dal 1840 i giovani del luogo erano ammessi alla leva marittima. E’ da notare che, durante tutto il primo ventennio dell’800, la popolazione non è aumentata che di pochissimo (erano 1381 gli abitanti alla fine del 1700 e 1393 nel 1821), forse a causa della forte mortalità infantile. Da quell’epoca in avanti e per tutto il secolo XIX°, l’aumento della popolazione fu continuo e costante fino ad arrivare a 4472 abitanti nel 1901. Il paese nuovo si sviluppò in nuclei ben distinti. Il borgo, villaggio di pescatori, era quasi distaccato dal resto del paese sorto intorno alla chiesa ed alla Torre Scinosa e lungo la via Fratelli Bandiera. Qui abitarono, sin dall’inizio, i signori nei loro palazzi, i commercianti ed il resto delle persone che avevano rapporti con questa gente.
Durante il periodo francese, la Calabria meridionale come quella settentrionale divenne per circa un quinquennio teatro di atroci lotte tra le forze francesi di occupazione e quelle resistenti di parte Borbonica. Bovalino fu più volte occupata dalle truppe delle due parti avverse, ma non si ha notizia che abbia subìto delle rappresaglie sanguinose, come accadde per alcuni paesi vicini. Nel 1811 si registrò una grande alluvione: il Buonamico ed il Careri, allagarono e devastarono le coltivazioni.
Bovalino ebbe parte importante nelle lotte risorgimentali per l’unità nazionale.
Gaetano Ruffo, giovane avvocato di 25 anni, venne incarcerato e dopo processo sommario giustiziato con 4 suoi compagni nella piana di Gerace. I 5 giovani furono considerati capi e responsabili della rivolta del 1847 nella zona jonica reggina.
Il fremito rivoluzionario interessò l’intera provincia, ma ovunque fu soffocato brutalmente nel sangue dal generale Nunziante. Diecine di altri bovalinesi furono impegnati nelle vicende risorgimentali, come il garibaldino Francesco Calfapetra che si distinse nella presa di Roma nel 1870.
Il viaggiatore inglese Edward Lear, ospite a Bovalino del conte Grillo nell’agosto del 1847, ci lasciò nelle sue memorie di viaggio una descrizione lusinghiera del luogo e dei suoi abitanti ed un simpatico ritratto del suo colto ed eccentrico anfitrione. Scrisse che "il costume delle donne era il più bello che avessi visto finora".
Nel 1852 venne istituito un posto telegrafico a Bovalino, nella Torre Scinosa.
Due navi borboniche cariche di truppe attesero invano, al largo di Bovalino, l’arrivo delle truppe di Garibaldi nell’estate del 1860. L’Eroe nel frattempo sbarcò a Melito Porto Salvo la notte del 19 agosto 1860. Un anno dopo a Bovalino  sbarcò, però, il guerriero spagnolo Borjes, partigiano dei Borboni e si unì alla banda di Mittiga in Aspromonte. Nel 1866 l’epidemia di colera che interessò la zona fece poche vittime, al contrario di quanto avvenne nella vicina Ardore, dove il fatto epidemico fu causa di una sanguinosa rivolta e di tumulti. Nel 1867 venne proclamato Beato il Gesuita bovalinese Camillo Costanzo martire della fede, arso vivo in Giappone nel 1622.
Con l’arrivo della ferrovia (1871) si registrò un notevole incremento demografico. Arrivarono i primi commercianti amalfitani e siciliani e vi fiorì un’intensa attività commerciale che coinvolse anche gli altri paesi del circondario. Altro fenomeno rilevante di quell’epoca fu la massiccia emigrazione soprattutto verso le Americhe e l’Egitto, dove gli uomini trovarono lavoro nel taglio dell’Istmo di Suez e le donne come balie e bambinaie presso le ricche famiglie inglesi. Poco prima della grande guerra, la Torre Scinosa fu abbattuta per far posto all’attuale piazza Gaetano Ruffo. Il 7 maggio 1911 venne fondata a Bovalino da Tiberio Evoli, uno dei grandi medici socialisti di quei tempi, la "Lega per il miglioramento fra contadini e braccianti" che ebbe un ruolo importante per le rivendicazioni bracciantili dell’epoca. Il fascismo con la sua brutale arroganza e la guerra con le sue violenze e lutti, gelarono sul nascere e soppressero per tutto il ventennio le iniziative sociali della lega contadina e della "Società Operaia". Nel dopoguerra, quando l’entusiasmo della ricostruzione portò anche a Bovalino una ventata di modernità e di voglia di fare, fiorirono iniziative industriali e commerciali che assicurarono per anni un primato economico alla cittadina.

tratto da "Bovalino" di Rocco La Cava e Fortunato Nocera

 

                                         Home  NewContatti  Riconoscimenti     Dicono di noi