|
 |
Francesco Sofia Alessio nasce a Radicena
(Taurianova) il 18 settembre del 1873 da Casimiro Sofia e da Rosina
Alessio, alle ore 21. Dai registri anagrafici e dello stato civile
del Comune di Taurianova si rileva che le sue esatte generalità sono
Francesco Achille Ferdinando Sofia Alessio. Carlo Nardi (C. Nardi,
Francesco Sofia Alessio, "Calabria Nobilissima", 1968, pag.
89) ci dice che aggiunge "al cognome paterno quello della madre,
Alessio, per distinguersi da un congiunto "omonimo").
Rimasto orfano a quattro anni, fu educato dalla madre Rosina ed a
dieci anni venne affidato alle cure del sacerdote Domenico Barillari.
Lo stesso Francesco scriverà (rimasto orfano a quattro anni, fui
educato da mia madre Alessio Rosina e poi affidato per
l'insegnamento secondario alle cure del dotto sacerdote Domenico
Barillari, valente oratore, versato in tutte le discipline; nel
latino, nel greco, ecc. Molte cose imparai quando egli dettava a me
le sue prediche. Ma si può dire che io sono stato autodidatta; mi
procurai con i miei piccoli risparmi una piccola biblioteca,
imparando a memoria i migliori passi dei classici italiani e degli
autori latini e greci tradotti, così mi procacciai un buon
patrimonio di lingua. A sedici anni incominciai lo studio del latino
ed essendo maturo il mio giudizio, tradussi gli autori classici
elegantemente in prosa e in poesia. Mi esercitai quindi, lungamente
nella composizione italiana e nella stesura latina".
Nel 1894 compose una prima elegia, ed un'ode in metro manzoniano
Alla Vergine SS. della Montagna che proprio in quell'anno aveva
operato grandi prodigi.
Subito dopo aver conseguito il diploma magistrale nel 1896 ad
insegnare nel Ginnasio Vescovile di Gerace Superiore, poi a Radicena,
poi ancora a Molochio e nel 1908 nelle scuole elementari di Radicena.
Fu premiato per ben dodici volte con la
magna laude, una onorificenza della reale Accademia Nederlandese di
Amsterdam che si otteneva solo se riconosciuti bravissimi nello
scrivere in latino.
La prima magna laude la ottenne nel 1907, con il carme Duo Magi
in cui canta di due uomini, Luciano e Marciano, che esercitavano la
magia nell'Asia Minore e convertiti al cristianesimo subiscono il
martirio. Seguirono:
1908 Vis electra
1911 Petronius
1912 Plotinus
1913 Duo insontes
1914 Vitus
1916 Vita Rustrica
1917 grande Medaglia d'oro per il carme Sepulcrum Joannis Pascoli e
magna laude col carme Reliquiae1919 Pax Natalicia
1920 Grande Medaglia d'oro con il carme Ultimi Tibulli dies
1921 Asterie
1922 Vergilius agello (ex)pulsus
1923 Spes Vergiliana
1924 Pauperrimus bonorum
Francesco Sofia Alessio tenne varie
letture dei suoi poemetti latini in molte città d'Italia: Reggio,
Catania, Catanzaro, Napoli, Roma. Fu socio dell'Accademia di
Acireale, di Messina, di Cosenza e della Pontaniana di Napoli.
Cattolico entusiasta della Religione, fu terziario di San Francesco
d'Assisi. Ebbe una devozione particolarissima per la madonna di
polsi, protettrice di Radicena, "alla quale si risolse sempre
pregando per la pace dei popoli e per la salvezza dell'Italia,
durante la desolazione dell'ultima guerra" (Ugo Verzì Borgese in:
Omaggio al latinista radicenensis Francesco Sofia Alessio. In
occasione del cinquantesimo anniversario della morte. (a cura) di
Francesco D'Agostino, Domenico Agostini, Maria Virdia, 1993, pag.
40).
Ebbe quattro figli di cui due morirono in tenera età e furono
cantati nel carme Reliquiae..
Nel 1928 venne nominato bibliotecario a Reggio Calabria, ma dopo i
primi anni, appare stanco. Aliquò-Lenzi annota: "Avversità lo
tormentano. Partecipa alle gare di Amsterdam, ma senza fortuna:
questo il suo maggiore sconforto. Mai più lo vediamo in concorso
trionfare. Uno dei suoi carmi Apotheosis vergiliana non ebbe
classifica ed egli lo stampò, nel 1930 e lo inviò ai cultori della
latinità, riscuotendo plauso ed entusiasmo. L'anno appresso (1931)
tentò di acclimatarsi volgendo a più adatto tentativo l'argomento. E
canta il terremoto calabro-siculo del 1908 Terae motus ad Fretum
siculum, ma anche questa volta non viene premiato..
Nella seconda metà degli anni '30 si
stabilisce a Reggio Calabria. dove, a seguito di due interventi
chirurgico si spegne il 14 aprile 1943.
Il 14 aprile del 1993, le sue ceneri
ritornano a Taurianova. Il senatore Emilio Argiroffi, gli dedica
una elegia: "...
.........
D'improvviso sei qui
Nuovamente tra noi
Eppure
In quella teca di zinco
Cosa srà rimasto del tuo corpo mortale
Un pò di polvere
Credo
Com'era scritto nella bibbia
Qualche brandello del vestito della festa
Era un po' liso ai gomiti
Nessuno vi badò
Quando per l'ultima volta lo indossasti
Qualche frammento di quello che tu fosti
Ma della bara fuggono gli esametri
Alti nel cielo
Veloci più dei falchi nell'autunno d'aspromonte
Hanno ali bianche di cigno
Cantano più di usignoli
Ovidio per te scrisse
"Quodumque temptabam dicere versus erat"
In questa tua bara
Per cinquant'anni abitarono parole
Di poeti che avevano parlato
Mille e mille anni or sono
Ai popoli d'egitto di britannia
D'iberia di pannonia di persia
Mezzo secolo basta per dimenticare
Ma ora tu sei con noi
Francesco
Sei tornato per non andare
più via
Per non andare più via
(Ugo Verzì Borgese)
BIBLIOGRAFIA
Molti sono i critici e appassionati
umanisti che si interessarono di Sofìa Alessio. Vincenzo De Cristo,
scrittore di Cittanova, Luigi Aliquò Lenzi in Pascoli e il suo poeta
nel 1918; Duilio Zuanelli nella biografia apud Asterie, danno
informazioni sulle polemiche e sui richiami parlamentari perché
Sofìa-Alessio venisse nominato docente universitario e funzionario
della Biblioteca di Reggio Calabria. Nel 1920 sono pubblicati dieci
suoi poemetti con prefazione di Antonio Anile. Nel 1921 Civiltà
Cattolica del 19 marzo recensisce Vis electrica poco favorevolmente
in verità, tanto che Sofia-Alessio se ne lamenta in una lettera
inviata al prof. Giuseppe Morabito.
Nel 1922 un latinista reggino, il sacerdote Luigi Nostro, nel carme
storico poetico In siculo Freto, inneggia a Sofìa-Alessio che teneva
il primato fra ipoeti latini: Se eja. En laurojam tempera cingit
Alexis/quae datspontem, Sophia, admirabile nomen, / et vates inter
viventes primus habitur".
B. Barillari scrive nel 1924 senza approfondire quanto era già stato
espresso; così Luigi Scialdoni nel 1926 ripercorre le stesse note
senza nulla aggiungere.
Giovanni Semeria nel 1936 apud Pauperrimus bonorum esalta l'aspetto
francescano di Sofia Alessio e dice tra l'altro: "E' un rapsodo, è
un aedo. Canta e prega, perché il suo canto è preghiera, la
espressione della sua fede, una fede viva ed ardente, fede ingenua
come di un fanciullo, fede vivida come di un autentico meridionale.
Nel mondo della fede egli ha sentito muoversi più libero il suo volo
di poeta. Due figure egli ha sentito così da cantare perfettamente:
Giovanni Pascoli e San Francesco d'Assisi. Del Pascoli lo innamorò
la nitezza, la semplicità verginale, la grande ispirazione latina:
si sentì fratello minore, ma della stessa famiglia di spiriti. San
Francesco è il suo canto come del resto, fu il santo del povero
Pascoli. Popolano, semplice. Sofìa Alessio sente da San Francesco
uscire, ed esalta il profumo della povertà. E' povero anche lui.
Mastro Francesco, come era povero San Francesco. San Francesco
faceva il lavoratore, egli fa il maestro. Non possedeva nulla San
Francesco, e mastro Francesco possiede così poco. I giudici di
Amsterdam hanno capito meglio la elegia in morte di G. Pascoli che
la glorificazione del Poverello d'Assisi".
Il Santuario di Polsi nel 1936 ha curato un'edizione di "Feriae
montanae" con vari spunti generici.
Giuseppe Morabito, prima della guerra mondiale, si interessa a Sofia
Alessio scrivendo articoli sull'attività poetica del nostro
latinista.
Dopo la sua morte, si interessano di lui. Maria Busillo, Natalino
Lanucara, Aliquò Lenzi in Scrittori Calabresi; Domenico Condoleo
nella prima e seconda edizione del suo saggio, Giuseppe Morabito che
affronta diverse problematiche su riviste calabresi come Calabria
Letteraria. Quest'ultimo esprime giudizi positivi su alcune opere di
Sofìa Alessio, mentre dimostra le proprie riserve su altre. Leggiamo
infatti: "Il Sofìa non ebbe larga cultura ne letteraria né
fìlologica. Egli fu completamente estraneo alla vita di Biblioteca,
quantunque (cosa curiosa) gli uomini di governo vollero premiare la
sua opera di poeta nominandolo sovrintendente alla biblioteca di
Reggio Calabria. Ebbe, invece, spontaneo il senso dell'arte, che gli
faceva sentire e gustare un'opera. Una scena dell'Alfieri e dello
Shakespeare lo commuoveva; una pagina di Tibullo pareva infiammasse
l'anima e non poteva fare a meno di declamare i passi significativi
per strada". Commentando il riconoscimento attribuitegli col carme
Feriae montanae, scrive che "è ben lontano dall'umanità profonda del
Duo insontes, del Sepulcrum, di Ultimi Tibulli dies".
Nel 1966 mons. Francesco Aloise gli dedicò un saggio completo dove
si compendia la personalità e si analizzano le opere più importanti
con tutte le critiche.
Aloise nell'introdurre la produzione del poeta rileva: "E all'arte,
che fu il suo delizioso tormento non chiese vantaggi materiali o
accrescimento di benessere, e intese come una missione, e non come
una bassa speculazione. Egli, per usar le parole di P. Semeria, fu
un antico, come il conterraneo Francesco Acri. Acri pensava con la
mente di Fiatone, Sofia Alessio cantava con la cetra di Virgilio. E
a me sembra che il nostro poeta di Virgilio ebbe lo spirito ingenuo,
quasi come un fanciullo, la sobrietà e la temperanza, senza
intrighi, senza infingimenti, poco pratico della vita. Come Virgilio
ebbe umili natali, ma nobili sensi. Vestì anch'egli da modesto
agricoltore, dall'aria timida, dallo sguardo dolce e sognatore,
indice di un animo proclive al silenzio e alla meditazione. Conservò
sempre una natura semplice, schietta, nuda, che gli veniva dal suo
loco natio, in mezzo ai fitti boschi di secolari uliveti, tante e
tante volte rievocati nei suoi poemetti. Anzi questo dolce natio
loco costituisce quasi un'espressione della sua anima, lasciando
orme indelebili, creando segrete ed arcane rispondenze, suscitando
immagini e concezioni, costituenti il fondo su cui ondeggiano le
sorridenti fantasie della giovinezza, il fondo su cui si leva alto e
triste il pensiero della virilità".
Dal 1980 fiorirono nuovi studi e nuove iniziative intorno a Sofia
Alessio. L'umanista Giuseppe Olivadoti pubblica articoli su Calabria
Letteraria e su altre riviste calabresi, intessendo lodi nel
commentare le singole opere.
"Gli argomenti dell'Alessio -scrive- semplici talvolta nella forma,
ma austeri nel concetto, sono vari e molteplici, ora improntati a
scene di paganesimo e di cristianesimo trionfante, ora soffusi di
alti sentimenti cristiani, ora vibranti di sentimenti ed affetti
domestici, in cui il poeta trasfonde tutta la sua anima assetata di
pace e di affetto per la sua famiglia. La fiaccola dell'umanesimo
passò dal Pascoli nelle mani di Francesco Sofìa Alessio e la sua
luce brillerà sempre più viva nell'amata terra di Calabria e nel
mondo. I suoi carmi sopravviveranno attraverso il mutare dei tempi e
degli eventi storici, fino a quando sopravviveranno i sentimenti più
nobili e gentili dell'umanità. Francesco Sofìa Alessio è da
annoverare tra la pleiade degli uomini illustri calabresi che da
Cassiodoro all'abate Gioacchino, a Campanella a Telesio a Vitrioli
ad Anile hanno degnamente onorato la Calabria con l'altezza del loro
pensiero, con l'elevatezza del loro ingegno".
Il periodico locale Comunità dedica un inserto speciale sul
latinista: nel 1982 la sottoscritta in Rassegna di poeti e prosatori
e artisti di Taurianova compendia in più di sessanta pagine la
produzione poetica di Sofia Alessio. Il giornalista Enzo Zito su
Gazzetta del Sud e Domenico Caruso in vari periodici ne tracciano il
profilo. Il Centro Servizi Culturali in una sperimentazione
didattica curata dall'equipe del Centro: Domenico Agostini, Maria
Virdia, Paolo Morabito e Donatella Autelitano: Viviamo il nostro
paese, effettuata nel II circolo didattico di Taurianova nella
classe dell'Ins. Carla Romeo Moroni, raccoglie in una monografia le
ricerche degli alunni sulla figura del latinista taurianovese.
Nel 1985 con Trilogia alessiana a cura di Antonio Orso e Ugo Verzì
Borgese viene fuori la traduzione delle tre opere coronate di
medaglia d'oro ad Amsterdam: Sepulcrum Joannis Pascoli; Ultimi
Tibulli dies; Asterie.
Per l'occasione l'Amministrazione comunale unitamente alla
Biblioteca Comunale e al Centro Servizi Culturali, organizza un
Convegno (30 novembre 1985) erigendo un busto. Il periodico
QuestaCittà pubblica un servizio completo su tutta la
manifestazione.
In questi ultimi anni si annoverano altre pubblicazioni non
specifiche, ma nel contesto si accenna a Sofia Alessio. Rosario
Condò in Figure e Cronaca cittadina vecchi tempi fornisce notizie
inedite sull'umile maestro. Domenico Sofia Moretti in Radicena-Quel
che vidi e espressi sviluppa in un capitolo momenti vissuti
dall'illustre concittadino.
Nessuno degli studiosi taurianovesi è riuscito a reperire le opere
di Sofìa Alessio, soltanto Ugo Verzì Borgese di Rosarno, avvalendosi
della captatio benevolentiae del prof. Giuseppe Morabito, ha avuto
il privilegio di fotocopiarle e tradurle. Infatti ultimamente in un
volume computerizzato ha compendiato la traduzione di molti
poemetti.
Isabella Loschiavo
GALLERIA FOTOGRAFICA
|