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Vincenzo Guerrisi Parlà

 

È nato a Bovalino il 16 agosto 1925 da genitori provenienti da Cittanova. Insegnante elementare in pensione, è stato insignito di importanti riconoscimenti per motivi poetici e scolastici tra cui la medaglia d’oro come cittadino benemerito del Comune di Bovalino. Nel 1976 ha vinto il Premio Nazionale di poesia Corrado Alvaro con la poesia "Peppe". Ha rappresentato la Calabria insieme a Nicola Giunta, Dario Galli e Vincenzo Chiefari nell’antologia edita da Guido Milano. «Calabria Letteraria” ha pubblicato parecchie sue poesie. La vastissima produzione letteraria in gran parte ancora inedita comprende poesie sia in lingua italiana che in vernacolo. Ha pubblicato Sutta Sutta poesie allegoriche in dialetto calabrese, dove, protagonisti gli animali, in un vasto campionario di tipologie, vengono caratterizzati con ironia i vari comportamenti umani; il poemetto in ottave “La leggenda del calabrese” ed ancora la raccolta di poesie dialettali “Brasi”. La poesia di Guerrisi trae la sua ispirazione dall’humus di una cultura che si identifica con la vita, le tradizioni, i valori, la moralità. Ha esaltato la civiltà contadina con i suoi incanti e lue stridenti contraddizioni. ha descritto luoghi e momenti brulicanti di vita ove sono impressi riti e miti irrecuperabili se non nella memoria, quali frammenti di un mondo scomparso per sempre, ma che costituiscono le radici di un patrimonio culturale a cui attingere ed in cui identificarsi.

I libri

 

Rivisitando Sutta sutta (poesie allegoriche in dialetto calabrese) di Vincenzo Guerrisi Parlà

Fedro riappare in Calabria

Apologo animalesco - Il somaro, simbolo di saggezza e di rassegnazione; il leone, di superbia e di prepotenza - Campionario di comportamenti umani.

di Giuseppe Italiano 

         Riprendendo, dopo circa quindici anni dalla sua pubblicazione, il libro di Vincenzo Guerrisi Parlà, Sutta sutta (Oppido, Litografia Diaco, senza indicazione di anno), ci si accorge che lo smalto letterario che lo caratterizza si mantiene intatto.
Lo abbiamo sotto gli occhi, questo libro che è una sorta di paralipòmeni alle favole di Esòpo e di Fedro, un considerevole esempio di apologo animalesco in dialetto calabrese. Lo riesploriamo lentamente nelle sue 102 poesie, con lo spirito di chi ritorna volentieri in un luogo conosciuto.
È un primo volume: e sappiamo di un secondo (stesso genere) già pronto per le stampe. Intanto sono da segnalare altri due libri del Guerrisi: il primo in lingua, La leggenda del calabrese, poemetto in ottave (Bovalino, Litografia Diaco, 1995); il secondo in vernacolo, poesie, Brasi (Ardore Marina, Arti Grafiche Edizioni, 1998, prefazione e note di Bruno Chinè).
Sutta sutta ha gli animali come protagonisti: un vasto campionario di tipologie in cui sono evidenziati, con sottile ironia, i diversi comportamenti umani; una Fattoria degli animali (Orwel) in sestine vernacole moraleggianti, con schema ABABCC, il cui dettato gnomico scaturisce dalla quotidianità e dalla semplicità del vivere. La saggezza è incarnata dal somaro e trae alimento dalla rassegnazione degli umili; la forza, la superbia, la prepotenza è rappresentata dal leone, capo incontrastato, irruente e senza scrupoli.
Il Guerrisi non lascia spazio alla nostalgia o all’aneddotica giocosa di maniera; le difficoltà della vita sono troppo grandi per allentare la tensione emotiva e abbandonarsi ai sentimentalismi. La sua parola, resa cruda dal dispregio delle storture e da un substrato di pessimismo della ragione, sa adattarsi alla liricità, specie nelle sestine iniziali che spesso sono elegiache e paesaggistiche.
È un fatto che il dolore spesso induce alla riflessione e, più volte, alla saggezza. Gli stessi autori classici della favola, Esòpo e Fedro, pare siano stati segnati da malformazioni fisiche, da motivi quindi di tristezza, di sconforto, di sofferenza.
Nel libro di Guerrisi, le riflessioni più profonde, più umane, più sagge, provengono dall’animale più sofferente, il somaro, che negli epimitii sentenzia, consiglia, considera. Alcuni esempi: il bene è più forte del male; le azioni malvagie ricadono su chi le commette; la bonomia non equivale a stupidità; i ragazzi vanno considerati e rispettati perché il futuro sarà nelle loro mani; gli squilibri della vita permettono che, accanto al ricco senza meriti, vi sia il misero sfortunato. Inoltre esorta l’allocco (u scrupìu) a essere più attivo, a non aspettare la morte passivamente; al montone avaro, che nulla vuole cedere, spiega che è giusto prendere la propria parte e lasciare ad altri il resto; quella che conta, dice al forte orso, non è la crescita fisica, ma la crescita della ragione; infatti la forza fisica non dura sempre e la vecchiaia è brutta per chi è vagabondo, poiché chi lavora non si accorge di invecchiare; il pianto vero, risponde alla scimmia, non è soltanto un evento esteriore, ma l’esternazione di sentimenti di forte dolore; e alla rana (brosicu) ricorda che il destino crudele spesso procura sofferenze e pianti; all’orso e al montone rammenta la morale della quercia caduta (“Ch’esti u mundu! Doppu di disastri, / ‘rrivunu tutti e po’ si fannu mastri!”); al montone che picchia selvaggiamente il figlio (il quadretto della sestina iniziale appare di un realismo esemplare, reso patetico dalla forza poetica del diminutivo maricchjegliu, poveretto) fa notare che è meglio il dialogo con i figli, e che con le botte nulla si risolve, ma si fa soltanto spettacolo nocivo; al leone dice: “Parli pecchì ‘nto pettu non’ha cori… / cu mangia sulu, è sulu quandu mori!”, avvisandolo che chi esercita soltanto egoismo, alla fine, nell’ora estrema, rimane solo.
E si potrebbe continuare. Ma interessa, a questo punto, notare l’importanza linguistica delle poesie di Guerrisi: aspetto non secondario che, accanto a quello sentenzioso e a quello squisitamente poetico, potrebbe costituire motivo valido per una adozione del libro nelle scuole.
Sono frequenti le figure metriche dell’aferesi (stati, estate; ‘mpara, impara) o della prostesi (‘rrina, rena; accussì, così) o della prostesi e dell’apocope insieme (apo’, dapo’, poi); l’epitesi (gliani, là) spesso si rifà a espressioni latine, come nel caso di esti (è), che non è altro che la terza persona singolare (est) del presente indicativo di sum-es, fui, esse (essere). Anche la forma di sincope éramu (eravamo) richiama l’imperfetto indicativo latino (prima persona plurale) dello stesso verbo sum. E dal perfetto indicativo del verbo facio-is, feci, factum, facere (fare) deriva facisti (facesti, hai fatto). L’etimologia di feti (puzzi) conduce al verbo latino intransitivo foeteo-es, foetere (puzzare); e così patiri (soffrire) che deriva dal deponente patior-pateris, passus sum, pati.
E l’onomatopea (‘mbagli, schiacci; hjacca, spacca; carcarazza, gazza), sempre efficace nel rendimento semantico, dà al Guerrisi la possibilità di sintesi e di chiarezza.
I temi della favolistica, da quella classica a quella moderna, non subiscono variazioni di rilievo; l’uomo, si sa, è quello che è, in ogni latitudine e in ogni tempo; i suoi variabili sentimenti, che lo rendono umano o bestiale, si mantengono costanti nella mutevolezza. E questo è uno dei motivi -il più solido, credo- per cui tale genere ha sempre riscontrato interesse. Dopo Esòpo e Fedro, già nel II° o III° secolo d.C.,è stato il Babrio a scrivere favole in greco, rifacendosi anche lui al primo; e in modo così efficace da essere studiato nelle scuole e da avere imitatori.
E nel corso dei secoli capita di imbattersi in autori che, in versi o in prosa, abbiano scritto favole in lingua; e non solo nella letteratura italiana. Ricordiamo Agnolo Firenzuola (Prima veste dei discorsi degli animali, 1541), Jean de La Fontaine (Fables, prime edizioni 1668), Johan Wolfang Goethe (La volpe Reineke, 1799) e, nel Novecento, Pietro Pancrazi (L’Esopo moderno, 1930 e 1940), Carlo Emilio Gadda (Il primo libro delle favole, 1952), Mario La Cava (Terra dura, 1981), Giovanni Capasso (Favole, 1989).
Per quanto riguarda il vernacolo, si ricordano: per il romanesco, Trilussa (Ommini e bestie, 1908; Lupi e agnelli, 1919; e altre ancora), per il calabrese, Vittorio Butera (Prima cantu e duoppu cuntu, 1949; Tuornu e cantu e tuornu e cuntu, 1960).
Il Guerrisi si inserisce degnamente in tale genere letterario con vena così prolifica da procurare, a volte, ripetizione e calo di tono. È lo scotto che si paga alla facilità e alla estemporaneità del verseggiare; pagato anche da grandi poeti della nostra più alta tradizione letteraria: Emilio Cecchi, per esempio, scrivendo del Pascoli (vedi Calogero Colicchi, Giovanni Pascoli, Firenze, Le Monnier, 1979) ha affermato che , della sterminata sua produzione, sono degne di immortalità dieci-quindici poesie; e che il resto assume secondaria importanza.
Tuttavia, tornando al Guerrisi, sestine come la seguente possono bastare a rendere pregevole un intero libro: “U suli si curcau dassandu arretu / ‘na fascia d’aria russa, ‘na pittura, / u mundu diventava mundu quetu / pa notti chi venìa sempi ‘cchjù scura, / non ‘nc’era scrusciu, tuttu si stutava, / ‘nc’era ‘na buffareglia chi cantava”.

 

Ristorante "Orchidea Residence" SS 106 - Bovalino Marina (RC)

Ore 18.30
 

Saluto del Sindaco di Bovalino
Dott. Francesco Zappavigna


Saluto dell’Assessore ai Beni Culturali del Comune di Bovalino
Rag. Rosa Maria Caminiti

 

Avv. Paolo Antonio Graziano
Comitato Direttivo U.N.L.A. Bovalino
Prolusione



Prof. Giuseppe Italiano
Fedro riappare in Calabria


Prof. Pasquino Crupi
Conclusioni

Nel corso della serata saranno lette alcune poesie dell’autore

Dibattito
 

 

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