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Rivisitando Sutta
sutta (poesie allegoriche in dialetto calabrese)
di Vincenzo Guerrisi Parlà
Fedro riappare in
Calabria
Apologo animalesco - Il
somaro, simbolo di saggezza e di rassegnazione; il
leone, di superbia e di prepotenza - Campionario di
comportamenti umani.
di
Giuseppe Italiano
Riprendendo, dopo
circa quindici anni dalla sua pubblicazione, il
libro di Vincenzo Guerrisi Parlà, Sutta sutta
(Oppido, Litografia Diaco, senza indicazione di
anno), ci si accorge che lo smalto letterario che lo
caratterizza si mantiene intatto.
Lo abbiamo sotto gli occhi, questo libro che è una
sorta di paralipòmeni alle favole di Esòpo e di
Fedro, un considerevole esempio di apologo
animalesco in dialetto calabrese. Lo riesploriamo
lentamente nelle sue 102 poesie, con lo spirito di
chi ritorna volentieri in un luogo conosciuto.
È un primo volume: e sappiamo di un secondo (stesso
genere) già pronto per le stampe. Intanto sono da
segnalare altri due libri del Guerrisi: il primo in
lingua, La leggenda del calabrese, poemetto
in ottave (Bovalino, Litografia Diaco, 1995); il
secondo in vernacolo, poesie, Brasi (Ardore
Marina, Arti Grafiche Edizioni, 1998, prefazione e
note di Bruno Chinè).
Sutta sutta ha gli animali come protagonisti:
un vasto campionario di tipologie in cui sono
evidenziati, con sottile ironia, i diversi
comportamenti umani; una Fattoria degli animali
(Orwel) in sestine vernacole moraleggianti, con
schema ABABCC, il cui dettato gnomico scaturisce
dalla quotidianità e dalla semplicità del vivere. La
saggezza è incarnata dal somaro e trae alimento
dalla rassegnazione degli umili; la forza, la
superbia, la prepotenza è rappresentata dal leone,
capo incontrastato, irruente e senza scrupoli.
Il Guerrisi non lascia spazio alla nostalgia o
all’aneddotica giocosa di maniera; le difficoltà
della vita sono troppo grandi per allentare la
tensione emotiva e abbandonarsi ai sentimentalismi.
La sua parola, resa cruda dal dispregio delle
storture e da un substrato di pessimismo della
ragione, sa adattarsi alla liricità, specie nelle
sestine iniziali che spesso sono elegiache e
paesaggistiche.
È un fatto che il dolore spesso induce alla
riflessione e, più volte, alla saggezza. Gli stessi
autori classici della favola, Esòpo e Fedro, pare
siano stati segnati da malformazioni fisiche, da
motivi quindi di tristezza, di sconforto, di
sofferenza.
Nel libro di Guerrisi, le riflessioni più profonde,
più umane, più sagge, provengono dall’animale più
sofferente, il somaro, che negli epimitii sentenzia,
consiglia, considera. Alcuni esempi: il bene è più
forte del male; le azioni malvagie ricadono su chi
le commette; la bonomia non equivale a stupidità; i
ragazzi vanno considerati e rispettati perché il
futuro sarà nelle loro mani; gli squilibri della
vita permettono che, accanto al ricco senza meriti,
vi sia il misero sfortunato. Inoltre esorta
l’allocco (u scrupìu) a essere più attivo, a
non aspettare la morte passivamente; al montone
avaro, che nulla vuole cedere, spiega che è giusto
prendere la propria parte e lasciare ad altri il
resto; quella che conta, dice al forte orso, non è
la crescita fisica, ma la crescita della ragione;
infatti la forza fisica non dura sempre e la
vecchiaia è brutta per chi è vagabondo, poiché chi
lavora non si accorge di invecchiare; il pianto
vero, risponde alla scimmia, non è soltanto un
evento esteriore, ma l’esternazione di sentimenti di
forte dolore; e alla rana (brosicu) ricorda
che il destino crudele spesso procura sofferenze e
pianti; all’orso e al montone rammenta la morale
della quercia caduta (“Ch’esti u mundu! Doppu di
disastri, / ‘rrivunu tutti e po’ si fannu mastri!”);
al montone che picchia selvaggiamente il figlio (il
quadretto della sestina iniziale appare di un
realismo esemplare, reso patetico dalla forza
poetica del diminutivo maricchjegliu,
poveretto) fa notare che è meglio il dialogo con i
figli, e che con le botte nulla si risolve, ma si fa
soltanto spettacolo nocivo; al leone dice: “Parli
pecchì ‘nto pettu non’ha cori… / cu mangia sulu, è
sulu quandu mori!”, avvisandolo che chi esercita
soltanto egoismo, alla fine, nell’ora estrema,
rimane solo.
E si potrebbe continuare. Ma interessa, a questo
punto, notare l’importanza linguistica delle poesie
di Guerrisi: aspetto non secondario che, accanto a
quello sentenzioso e a quello squisitamente poetico,
potrebbe costituire motivo valido per una adozione
del libro nelle scuole.
Sono frequenti le figure metriche dell’aferesi (stati,
estate; ‘mpara, impara) o della prostesi (‘rrina,
rena; accussì, così) o della prostesi e
dell’apocope insieme (apo’, dapo’,
poi); l’epitesi (gliani, là) spesso si rifà a
espressioni latine, come nel caso di esti
(è), che non è altro che la terza persona singolare
(est) del presente indicativo di sum-es,
fui, esse (essere). Anche la forma di sincope
éramu (eravamo) richiama l’imperfetto indicativo
latino (prima persona plurale) dello stesso verbo
sum. E dal perfetto indicativo del verbo
facio-is, feci, factum, facere (fare) deriva
facisti (facesti, hai fatto). L’etimologia di
feti (puzzi) conduce al verbo latino
intransitivo foeteo-es, foetere (puzzare); e
così patiri (soffrire) che deriva dal
deponente patior-pateris, passus sum, pati.
E l’onomatopea (‘mbagli, schiacci; hjacca,
spacca; carcarazza, gazza), sempre efficace
nel rendimento semantico, dà al Guerrisi la
possibilità di sintesi e di chiarezza.
I temi della favolistica, da quella classica a
quella moderna, non subiscono variazioni di rilievo;
l’uomo, si sa, è quello che è, in ogni latitudine e
in ogni tempo; i suoi variabili sentimenti, che lo
rendono umano o bestiale, si mantengono costanti
nella mutevolezza. E questo è uno dei motivi -il più
solido, credo- per cui tale genere ha sempre
riscontrato interesse. Dopo Esòpo e Fedro, già nel
II° o III° secolo d.C.,è stato il Babrio a scrivere
favole in greco, rifacendosi anche lui al primo; e
in modo così efficace da essere studiato nelle
scuole e da avere imitatori.
E nel corso dei secoli capita di imbattersi in
autori che, in versi o in prosa, abbiano scritto
favole in lingua; e non solo nella letteratura
italiana. Ricordiamo Agnolo Firenzuola (Prima
veste dei discorsi degli animali, 1541), Jean de
La Fontaine (Fables, prime edizioni 1668),
Johan Wolfang Goethe (La volpe Reineke, 1799)
e, nel Novecento, Pietro Pancrazi (L’Esopo
moderno, 1930 e 1940), Carlo Emilio Gadda (Il
primo libro delle favole, 1952), Mario La Cava (Terra
dura, 1981), Giovanni Capasso (Favole,
1989).
Per quanto riguarda il vernacolo, si ricordano: per
il romanesco, Trilussa (Ommini e bestie,
1908; Lupi e agnelli, 1919; e altre ancora),
per il calabrese, Vittorio Butera (Prima cantu e
duoppu cuntu, 1949; Tuornu e cantu e tuornu e
cuntu, 1960).
Il Guerrisi si inserisce degnamente in tale genere
letterario con vena così prolifica da procurare, a
volte, ripetizione e calo di tono. È lo scotto che
si paga alla facilità e alla estemporaneità del
verseggiare; pagato anche da grandi poeti della
nostra più alta tradizione letteraria: Emilio Cecchi,
per esempio, scrivendo del Pascoli (vedi Calogero
Colicchi, Giovanni Pascoli, Firenze, Le
Monnier, 1979) ha affermato che , della sterminata
sua produzione, sono degne di immortalità
dieci-quindici poesie; e che il resto assume
secondaria importanza.
Tuttavia, tornando al Guerrisi, sestine come la
seguente possono bastare a rendere pregevole un
intero libro: “U suli si curcau dassandu arretu /
‘na fascia d’aria russa, ‘na pittura, / u mundu
diventava mundu quetu / pa notti chi venìa sempi
‘cchjù scura, / non ‘nc’era scrusciu, tuttu si
stutava, / ‘nc’era ‘na buffareglia chi cantava”.
Ristorante
"Orchidea Residence" SS 106 - Bovalino Marina (RC)
Ore 18.30
Saluto del Sindaco di
Bovalino
Dott. Francesco Zappavigna
Saluto dell’Assessore ai Beni Culturali del Comune
di Bovalino
Rag. Rosa Maria Caminiti
Avv. Paolo
Antonio Graziano
Comitato Direttivo U.N.L.A.
Bovalino
Prolusione
Prof. Giuseppe Italiano
Fedro riappare in Calabria
Prof. Pasquino Crupi
Conclusioni
Nel corso della serata saranno lette alcune poesie
dell’autore
Dibattito
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