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“L’UNLA PER LA CALABRIA, LA CALABRIA PER L’UNLA”
Convegno di studi
La giornata di studio è stata salutata molto positivamente dalla dottoressa Francesca Crea, Commissario Straordinario al Comune di Bovalino, la quale si è complimentata con la direzione del Centro per il costante interesse nei riguardi dell’educazione permanente e per le attività programmate e portate a termine anche attraverso esperienze didattiche con le scuole del territorio. All’importante incontro erano presenti inoltre, il vice presidente dell’UNLA Dott. Vitaliano. Gemelli, il delegato regionale dell’Unla Rag. Attilio Romano, la Dirigente dell’UNLA di Gioiosa Jonica Annarita Marcelli, il Pro Rettore dell’Università degli Stranieri "Dante Alighieri" Prof. Pasquino Crupi, il senatore della Repubblica Franco Crinò, oltre a rappresentanze istituzionali dei Comuni del comprensorio della Comunità Montana “Aspromonte Orientale”, gli scrittori Santo Gioffrè, Vincenzo Guerrisi ed Antonio Delfino, uomini di cultura, del mondo della politica, dell’associazionismo e del lavoro nonché studenti.
Bovalino, Orchidea Residence 5 marzo 2005 - Ore 17:00
Introduzione Prof. Domenico Agostini Dirigente Unla Bovalino
Saluti: Dott.ssa Francesca Crea Commissario Straordinario Comune di Bovalino
Prof. Saverio Avveduto Presidente Nazionale Unla «La diffusione della cultura di base»
On.le Vitaliano Gemelli V. Presidente Unla «Dall’informazione alla formazione nel sistema globalizzato»
Prof. Pasquino Crupi Pro Rettore Università per Stranieri “Dante Alighieri” «La Calabria di Ettore Ciccotti. E poi …»
Il Dirigente dell’Unla di Bovalino Domenico Agostini, ha introdotto i lavori ripercorrendo le tappe che hanno caratterizzato il “viaggio” nella società bovalinese, calabrese e meridionale dell’Unla, benemerita per aver contribuito senza ombra di dubbio alla crescita materiale, morale e culturale di questa parte del territorio troppo spessa abbandonata a se stessa. In questa situazione “ha proseguito Agostini, s’inserisce il convegno odierno che volutamente non pone interrogativi, piuttosto delle riflessioni per cercare, insieme, di aiutare la nostra gente a “liberarsi” da atavici legami con i vari bisogni ed a prendere il volo. Non un volo sanz’ali, come ha ben scritto il nostro Presidente Avveduto ma un volo cosciente e che si fonda su basi forti rappresentate dal sapere, dalla conoscenza e dalla coscienza di essere”. L’on.le Vitaliano Gemelli ha trattato il tema:”Dall’informazione alla formazione nell’attuale sistema globalizzato”. Gemelli, ha fatto notare lo squilibrio che oggi esiste proprio perché tutto si sviluppa in maniera “paurosamente” elettrica. Dobbiamo saper affrontare questa emergenza attraverso un piano formativo adeguato che sappia offrire a tutti pari opportunità di crescita e di conoscenza”. Il prorettore Pasquino Crupi ha parlato del meridionalismo del lucano Ettore Ciccotti. Un modo istigante per affrontare il tema del divario storico determinatosi nel sud ed in modo particolare nella Calabria. “Non meridionalismo di facciata o di copertura dei tanti ritardi politici verso una terra che ha vissuto nella miseria materiale e culturale. Una riappropriazione dell’identità e del saper essere sarà la leva per un riformismo reale e per una crescita effettiva poggiata su valori comuni e forti».
La Relazione del Presidente Saverio Avveduto Non essendo stato possibile, per motivi legati alla pessima qualità della registrazione, riportare integralmente il testo di “Saverio Avveduto, Volar sanz’ali. Dati sui sistemi educativi dell’Italia e dei Paesi avanzati, IPS Editrice, Roma 2004”, e di “Saverio Avveduto, La croce del sud: arretratezza e squilibri educativi nell’Italia di oggi, IPS Editrice, Roma 2005” pubblicati a cura dell’UCSA (Università di Castel Sant’Angelo per l’Educazione permanente dell’UNLA) che rispecchiano la sostanza della relazione del prof. Avveduto.
VOLAR SANZ’ALI. Dati sui sistemi educativi dell’Italia e dei Paesi avanzati
Sommario: 1. il contesto 2. I numeri parlanti 3. Confronti, raffronti 4. Note a sentenza 5. La coesione sociale
1. Il contesto. L’emistichio della “ Commedia” (Paradiso XXXIII, 15) preso a titolo di questo contributo, vuole sottolineare un paradosso emblematico della società italiana, emerso con maggior chiarezza a partire dagli anni ’70. Si tratta di questo. Incontestabilmente, l’economia e più in generale la nostra comunità, esprimono da tempo, talora con evidenza e caratteri nuovi, un vigore espansivo che ha collocato il Paese ai primi posti fra quelli industrializzati. E ciò, nonostante la scarsità delle risorse umane disponibili e coinvolte: risorse teoricamente pregiudiziali per assicurare lo sviluppo raggiunto. L’Italia, insomma, avrebbe sfruttato al meglio l’arte, tipicamente meridionale, e l’Italia è meridione, di arrangiarsi ricorrendo a varie modalità suppletive. Comunque, la nostra economia ha volato. Un volo basso e a sbalzi, quello, per dirla con un’immagine, del calabrone che, secondo gli ingegneri competenti, data la sua struttura non dovrebbe neppure volare: eppure vola. Per di più, si deve aggiungere, a dispetto di un'ulteriore peculiarità del nostro sistema: la mancanza di ali adatte, o, più esattamente, la presenza di un’ala focomelica e di un’altra ipertrofica. La prima è stata ed è costituita dalla consistenza del tutto insufficiente di personale scientifico e tecnico, le risorse umane ad alta qualificazione; la seconda, dalla zavorra di nostri concita ladini fermi alla licenza elementare o addirittura privi di titolo di studio. I “numeri parlanti” del paragrafo che segue ne danno dimostrazione incontrovertibile. Sotto questo profilo, se si guarda al quadro internazionale, ci attestiamo su posizioni di arretratezza come costante collocazione comparativa dell’Italia e cioè agli ultimi posti fra i Paesi OCSE e su situazioni di disequilibrio. Soprattutto a causa dell’eterno scompenso Nord-Sud e delle fasce d’età degli scolarizzati. E, all’interno delle due aree, con connotazioni contraddittorie: in alcuni casi, per esempio. convivono, in posizioni qualitativamente contrastanti, alti e bassi livelli di titolo di studio. Sinteticamente, un Paese energico, ma sempre provvisorio e in affanno. Conviene a questo punto rifarsi ad un documento ufficiale dell’OCSE: il “Rapporto 2003” di questa Organizzazione sull’economia italiana(1).Da esso risulta che, fra i Paesi membri industrializzati, l’Italia si colloca, quanto al Prodotto Interno Lordo (P.I.L.), in posizione leggermente superiore alla media e quindi ad un livello di assoluto rilievo. Poco lontana dalle posizioni di testa, strettamente vicina ai nostri migliori partners europei. Regno Unito, Francia, Germania e addirittura appaiata al Giappone. Cionondimeno, il commento dell’OCSE è allarmante: “Lo sviluppo a lungo termine dell’Italia fra gli anni ’70 e ’90 è stato vicino a quello che poteva aspettarsi in base ai suoi elementi costitutivi. Tuttavia, l’impatto negativo del modesto capitale umano presente, è stato ampiamente compensato da uno specifico “ effetto paese” che può essere interpretato come l’abilità delle strutture delle imprese tipicamente piccole ma flessibili, capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda. Si può tuttavia presumere che la spinta di questa vigoria è ora ridotta per i connessi svantaggi della mancanza di capacità di sfruttamento dell’economia di scala e di incentivi alla Ricerca e Sviluppo (R.D.). Una più decisa promozione del capitale umano, consentirebbe una migliore utilizzazione delle tecnologie esistenti ed eventualmente la creazione di nuove. Infine, le riforme del mercato del lavoro, intese ad una più alta partecipazione e alla riduzione della disoccupazione, dovrebbero essere. perseguite per far fronte al declino della popolazione in età lavorativa, destinato a sottrarre le potenzialità di crescita del PIL pro-capite per molti anni a venire”. (Economie surveys cit. pag. 35, orig. inglese, traduzione redazionale). Che non si tratti di un pericolo generico, ma di un fatto incombente è dimostrato dalla brusca retrocessione dell’Italia, nel corrente anno rispetto al precedente, nella graduatoria dei Paesi che l’Organizzazione internazionale IMD (International Institute for Management Development) con sede a Losanna, compila periodicamente sulla competitività economica mondiale. Nel 2002 l’Italia si collocava al 18° posto, nel 2003 al 23° (2) II caveat dell’OCSE è quindi duplice: il miracolo italiano è stato appunto un miracolo, è difficile che i miracoli si ripetano; occorre provvedere in tempo. In conclusione, sembra dire PIMD, il tempo è già scaduto.
2.1 numeri parlanti. Sono ora disponibili alcune basilari serie ISTAT sulle forze lavoro.(3) La prima tabella (tav. n° l) offre un quadro sintetico della distribuzione, in Italia, del sapere formalmente espresso dal possesso del titolo di studio.
(Fonte; Dati Istat. op.cit. tav. 3.3. Elaborazione U.C.S.A.)
Già ad un primo esame, la tavola dimostra la situazione di grave squilibrio educativo del Paese. A fronte di 3.699.000 italiani che possiedono un dottorato di ricerca, una laurea o una laurea breve, sta l’enorme serbatoio dei nostri concittadini analfabeti, semianalfabeti o in possesso della sola licenza elementare: 22.529.000 italiani sul totale della popolazione di 57.474.000. Si tratta di 39,2 italiani su 100. La Tav. n° 2. disaggrega il possesso della licenza elementare/nessun titolo per quattro aree regionali: Nord-Ovest, Nord -Est, Centro, Meridione.
(Fonte: idem. tav. 3.3)
Ancora una volta è il Meridione, con oltre il 40% di “evasori dalla Costituzione” a pagare lo scotto più alto dell’arretratezza educativa del Paese. Uno sguardo più ravvicinato può essere volto alle sei regioni meridionali che sin dal 1993 l’UNLA ha definito “ a rischio” (Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia, Campania, Sardegna). La Tav. n° 3 presenta, in ordine di percentuale decrescente, la consistenza, nelle sei aree predette, della popolazione italiana scolasticamente più svantaggiata.
(Fonte: idem. tav. 3.3)
Su sei regioni, solo la Sardegna registra un dato inferiore al 40%, le altre cinque lo superano abbondantemente. In assoluto, la Campania porta il fardello più pesante. Lo squilibrio delle ali a cui si è fatto cenno, è testimoniato dalle Tav. n° 4 e 5 che presentano, rispettivamente, la situazione del capitale umano ad alta qualificazione nelle quattro aree regionali predette e le corrispettive disaggregazioni per le sei regioni meridionali a rischio.
(Fonte: idem. tav. 33) ,
(Fonte: idem. tav. 3.3)
La Calabria registra la contraddittoria compresenza del tasso di laureati comparativamente più alto (5,1%): più alto, va notato, del Veneto (5,0%), della Valle d’Aosta (4,2%) e quasi pari al Piemonte (5,5%);e di quello ben corposo dei semianalfabeti (43,4%). La Basilicata ha il doppio saldo negativo del più alto numero di semianalfabeti (43,8%) e del più basso patrimonio di laureati (4,0%) della Penisola. Un breve chiarimento sul termine “semianalfabeti” appena usato. La rilevazione Cista accorpa i possessori della sola licenza elementare con quelli sforniti di titolo di studio, analfabeti e semianalfabeti sul totale della popolazione. Se si considera che la licenza elementare, se è formalmente un titolo, lo è a scarsissima valenza sul piano delle capacità minime richieste per essere consapevolmente presenti nella società; e se si aggiunge che i titoli di studio vengono considerati obsoleti se non esercitati per cinque anni (con “regresso” di fatto al titolo di studio inferiore) il termine “semianalfabeta” è da ritenersi appropriato a connotare questa condizione formalmente culturale (la cultura sostanziale può anche divergere dal titolo) della relativa popolazione italiana. Nell’insieme, la caratteristica di disequilibrio e arretratezza indicata in precedenza come propria del sistema, risulta di tutta evidenza-Altra notazione interessante, sotto il profilo del possesso degli strumenti di base necessari per vivere, sapendo di vivere, nel mondo contemporaneo, può essere data dalla consistenza degli italiani in regola con la Costituzione (otto anni di scolarità obbligatoria, titolo di studio di licenza media). .Possiamo ancora definire i due comparti, come nel 1996, “i salvati e i sommersi”(4) e di chi sta sopra o sotto il dettato costituzionale : 16.677.000 i primi (29%) 22.529.000 i secondi (39,2%). Si può considerare “contemporaneo” un Paese così vistosamente squilibrato? L’autore di questo contributo ha proposto di chiamare “isobare culturali” le “dimensioni qualitative” comparabili, sotto il profilo più ampio della modernità intellettuale, di gruppi di istituzioni omogenee esistenti sul piano nazionale.(5) II termine naturalmente può essere esteso, va anzi esteso, a realtà sopranazionali (da Amburgo a Catania si potrebbe dire). Un bell’esempio di isobara culturale è quello, illustrato prima, delle sei regioni del meridione italiano “a rischio”. Ma l’analisi andrebbe estesa alla dimensione diacronica, potendosi agevolmente supporre che, come fu teorizzato dal politologo Zbigniew Brzezinski consigliere del Presidente Carter, alcuni Paesi vivono nell’oggi, altri già nel domani, altri ancora nell’ieri, altri infine nell’altro ieri. L’ineludibile e assoluta dimensione etica, per dirla con un’immagine, dell’abbraccio di Madre Teresa ad un suo assistito, non può colmare il divario con il Nobel Abdus Salam geograficamente appartenente alla stessa area, ma passato su di un’orbita culturale ben diversa. Così come le “nostre Indie”, secondo la bella definizione di Trastevere di S. Filippo Neri, ci impongono di mettere in chiaro le opacità civili del contesto nazionale italiano ed indurre alla ricerca di interventi appropriati. All’interno del Paese, una isobara culturale speculare rispetto alle sei regioni meridionali su considerate, può essere quella di altrettante regioni che nel Centro - Nord occupano i sei posti più alti: oltre il 6% di laureati (v. Tav. 6)
(Fonte: idem. tav. 3.3)
Un interessante incrocio/convergenza fra i dati su esposti e le rilevazioni ufficiali del MIUR -INVALSI (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) può essere dato dalla seguente scheda riassuntiva (box) dell’alfabetizzazione in Italia. BOX
I livelli ai quali si accenna nella scheda si riferiscono all’indagine dell’OCSE - IALS (International Adult Literacy Survey) secondo la quale si collocano al livello 1. il più basso, “i soggetti che possiedono una competenza estremamente debole, ai livelli dell’analfabetismo”. (6). L’Unesco è noto, considerare analfabeti coloro che non sono in grado di leggere e/o riassumere un elementare testo in prosa, un breve articolo divulgativo di giornale -10 righe al massimo -, racconti semplici, annunci, dati sulla temperatura e simili. Al livello 2 (alfabeti e a rischio alfabeticoalfabeti e a rischio. ) sono coloro che non si orientano convenientemente tra moduli, anche semplici, formulari, grafici, tabelle. Altri livelli riguardano la rimanente popolazione. Sul piano internazionale, l’analisi IALS registra sei Paesi a rischio alfabetico: Cile, Polonia, Portogallo, Ungheria, Slovenia, Italia (7) I dati su esposti mantengono la loro complessiva validità per l’anno 2003. L’Istat infatti ha pubblicato (aprile 2004) le nuove medie relative all’anno 2003; esse sostanzialmente ripropongono, con poche variazioni, la situazione precedente che può quindi considerarsi confermata. Di notevole interesse e purtroppo anch’esso confermativo del quadro finora esposto, appare uno studio di Richard Florida, economista di Pittsburg, dedicato a “La nuova classe creativa” (ed. it. Mondadori 2004). L’autore elabora il concetto di “classe creativa” come quella che costituisce il motore dell’innovazione dello sviluppo nei Paesi avanzati. L’idea è interessante e può essere collegata alla cosiddetta “fìtness darwiniana” la quale, come si sa, consiste nell’individuazione dei fattori di sviluppo legati alle coorti dei nuovi nati rispetto ai loro genitori. Il Florida ha elaborato un modello che definisce delle “tre T”, e cioè basato su: Talento, Tecnologia, Tolleranza. L’item tecnologia è evidente di per sé, il talento sembra tradurre il concetto, ormai molto diffuso, di risorse umane, mentre nuovo ed interessante è il terzo addendo, cioè Tolleranza.Quest’ultima va intesa come capacità di un aggregato sociale di aprirsi a nuovi apporti che vengano da intersezioni di diverse classi sul piano nazionale e a scambi culturali, come quelli recentemente enfatizzati dal noto fenomeno delle immigrazioni. Combinando i tre indici, il Florida tratteggia la consistenza della classe creativa rilevandone lo spessore numerico; su 1000 abitanti, esso è dato dal numero di ingegneri e scienziati nonché dal grado medio di istruzione della popolazione che per il nostro Paese risulta dal grafico 2 a pag. 14.
Ne risulta una “classifica dei talenti” che è quella della tavola n° 6 bis, la seguente:
(Fonte: R. Florida op. cit. Mondadori 2004) II nostro Paese, sui 14 esaminati, si colloca al 13° posto e ultimo posto, alla pari del Portogallo e sopravanzato anche dalla Grecia e dalla Spagna. Miscelando i due primi indicatori, talento e tecnologia, con il terzo, risulta un indice sintetico chiamato di “eurocreatività”. In cima, si collocano la Svezia e la Finlandia, al 3° e al 4° posto l’Olanda e la Danimarca. Al terzultimo posto l’Italia, seguita da Grecia e Portogallo. Senza voler indulgere a facili catastrofismi, dall’insieme dei “numeri parlanti” via via esposti, emerge un Paese che sì colloca costantemente ai posti più bassi della competitività internazionale, più o meno preceduto o seguito da Grecia, Spagna e Portogallo. Ci si chiede quali possano essere i mezzi politicamente idonei allo slancio necessario per riassestare adeguatamente tutte le collocazioni che ci riguardano e che, sia detto con non retorica obiettività, l’Italia ampiamente merita. 3. Confronti. Raffronti Le società aperte del nostro tempo, fra di esse naturalmente l’Italia, sono di per sé oggetto di comparazione. Ai fini di questo documento, si può tentare un confronto, prevalentemente sincrono, con i Paesi dell’OCSE e, in maniera più ravvicinata come il termine impone, un raffronto tra gli aspetti più qualitativamente rilevanti della comunità educativa italiana e, per particolari aspetti, di altre. Nella serie “Education at a glance”, l’OCSE pubblica annualmente i principali dati comparativi dei sistemi di formazione dei Paesi mèmbri, quelli industrializzati. L’impianto metodologico è, con qualche variazione marginale, stabile, ciò che consente confronti internazionali estesi anche nel tempo. Un interessante colpo d’occhio è costituito da una tabella, ripetuta ogni anno, che espone il “deposito”, per così dire, di conoscenze medie esistenti nella popolazione oltre i 25 anni (Grafico 2). Per il 2003, l’area conoscitiva va dai 25 ai 54 anni, negli anni precedenti era estesa al 64° anno. Negli ultimi dodici mesi, il nostro Paese è al sestultimo posto su trenta presi in esame: d seguono Spagna, Polonia, Portogallo, Turchia, Messico (8). Nel 2002 la stessa graduatoria esponeva, in ordine decrescente, Spagna, Turchia, Messico, Portogallo; nel 2001 Spagna, Messico, Portogallo, Turchia; nel 2000 Spagna, Turchia, Portogallo, Messico, Coerenti dati fomiti dalla Commissione Europea che esclude dal novero Turchia e Messico, Paesi non comunitari, collocano l’Italia al terzultimo posto, seguita solo da Spagna e Portogallo(9). Nel commentare le evidenze del 2003, il Rapporto OCSE sottolinea che in 15 fra 17 Paesi paragonabili, la media delle relative coorti di età in possesso di un titolo di studio medio superiore supera il 70%; l’Italia si colloca al 79%: la media per Paese è 80%. Danimarca, Finlandia, Germania, Giappone e Polonia sono oltre il 90%. Nel Grafico n° 2, la Polonia ci segue nelle collocazioni di coda; ma ciò è dovuto al peso delle generazioni anziane meno scolarizzate. Si può prevedere un prossimo sorpasso di questo Paese sul nostro.Corea, Portogallo e Spagna è in netto progresso nel gruppo 25-34 anni, mentre forti avanzamenti vanno registrati per Belgio, Francia, Grecia e Irlanda. Messico e Turchia si muovono, anche se lentamente. Significative posizioni vengono espresse dalla percentuale della popolazione con titolo universitario: siamo collocati al terzultimo posto, d seguono solo la Repubblica Ceca e la Turchia. Infine, quanto al raggiungimento del titolo finale (survival rate,mortalità scolastica universitaria) l’Italia è seguita solo dalla Polonia. I Paesi per i quali è prevista, come tendenza, la percentuale più alta per conclusione positiva dei corsi di studio universitari, sono il Giappone, la Turchia, il Regno Unito. E’ interessante notare che Nazioni come il Messico, altrove al fondo della scala, d superano abbondantemente nel curare l’esito finale positivo dei loro studenti universitari. Uno sguardo alla consistenza della disoccupazione per tìtolo di studio e sesso è data da una tabella apposita (Tab. A.12.2). n Paese in assoluto più equilibrato è il Canada con la percentuale di 6,8% di laureati uomini e di 6,3% di donne in stato di disoccupazione. L’Italia si colloca nella percentuale di 5,4% uomini, contro 11,1% donne. Seguono la Spagna 5,8 % e 13,5%; il Portogallo 4,2% e 16,1% e la Polonia, con il fardello più grave di disoccupati e disoccupate ad elevata scolarizzazzione, 13,7% e 18,1%. Come si sa, 1' “esito” dell’investimento educativo è mediamente correlato all’impegno di spesa. Per questo l’OCSE da un rilievo particolare alle risorse dedicate all’istruzione in rapporto al Prodotto Interno Lordo (P.I.L.). La media OCSE è di 5,9% di spesa all’anno sul P.I.L.. D primo posto è occupato dagli USA con il 7% netto. Sulla percentuale fra il 5 e 7 si attestano, fra i Paesi più evoluti, la Danimarca (6,7), la Svizzera(6,5%), la Svezia(6,5), il Canada (6,4%), la Francia (5,6%), la Germania (5,3%) e il Regno Unito (5,3%). L’Italia è sotto la media (4,9%) sull’identico livello della Spagna. Fra i Paesi minori più impegnati nell’investimento educativo sono da ricordare l’Irlanda (6,3%); il primato assoluto tocca alla Corea (7,1%). Coerenti presenze di questo Paese ai primi posti fra quelli in accelerato sviluppo, consigliano di guardare con attenzione a questo prossimo gigante asiatico. Una devianza e un rischio. Senza voler costituire un profilo di critica, il rapporto sottolinea il grado di autonomia dei vari Istituti scolastici rapportandolo alla possibilità degli istituti stessi di dotarsi, sotto la propria responsabilità, di personale docente. L’Italia, per la sua nota organizzazione giuridica centralistca, occupa l’ultimo posto fra i 14 Paesi esaminati. Una condizione di rischio è data dall’età del personale docente: Italia e Germania si collocano agli ultimi due posti per classi di anzianità dei professori; l’Italia è penultima nell’istruzione elementare (ultima la Germania), viceversa nell’istruzione secondaria. L’equilibrio di un sistema formativo nel suo insieme può essere definito, se si guarda congiuntamente ai più bassi ed ai più alti livelli di istruzione, “effetto chioma-radicF’. Si vuoi dire, con questa immagine, che forza o debolezza nel sistema universitario, la chioma, sono in bilanciamento con le radici, e cioè i livelli di scolarizzazione più bassi, prima illustrati. Un rapido sguardo comparativo alle quantità-qualità (la quantiqualità) della chioma, l’istruzione terziaria, è offerto dalle tabelle 7 e 8. La prima espone il numero dei ricercatori per 1000 unità di forze lavoro, la seconda la spesa per la ricerca scientifica sul PIL. Se si considera lo sforzo di un Paese per la ricerca, espresso dalla percentuale del PIL ad essa dedicata, le differenze tra i Paesi in testa e quelli in coda sono rimarchevoli. L’Italia è al quart’ultimo posto, (tab. 8) e la deriva del nostro sistema perdura ormai da oltre un decennio. si guarda alla consistenza del capitale umano più sofisticato, i ricercatori ci collochiamo all’ultimo posto (tav. 7). La gravita della situazione è tanto dal sorpasso dei Paesi tradizionalmente più arretrati, quanto dal loro recente slancio nell’acquisizione di personale altamente qualificato, ciò che fa temere un aggravarsi, nel futuro prossimo, del nostro quadro se non no la rotta: avremmo dovuto farlo già in un lontano passato, dati i notoriamente lunghi per la formazione del capitale umano.
Fonte: European Commission, Third European Report on S&T Indicators 2003. r Canada, Norvegia e Russia: OECD, MSTI database 2003)
(Fonte: IMD, Worid Competitiveness Yearbook 2003) Quanto alla produzione scientifica degli Atenei, un recente rapporto della Conferenza dei Rettori delle Università italiane (C.R.U.I.)(10) passa in rassegna la qualità della ricerca lì condotta fornendo elementi significativi estratti dalla banca dati ISI - Institutefor Scientifìc Information - di Philadelfia, USA. Il punto di partenza è un indicatore bibliometrico ritenuto utile per la valutazione della produzione scientifica chiamato “Citation Impaci”, brevemente “Impatto”. Il quale consiste nel rapporto fra il numero totale di lavori pubblicati in circa 8000 riviste scientifiche di tutto il mondo e il numero complessivo delle relative citazioni. Per il periodo preso in considerazione, 1981-1999, l’Italia si colloca in buona posizione, al quarto posto dopo, nell’ordine. Gran Bretagna.Germania e Francia. Quantitativamente, tuttavia, il divario è notevole: circa 12 mila citazioni per il Regno Unito, 8000 per la Germania, 6000 per la Francia, 3000 per il nostro Paese. Più preoccupante la linea di tendenza. Tra I* ’81 e il ’99, scrive testualmente il rapporto, “la produzione scientifica italiana aumenta, ma il distacco dalla Germania rimane inalterato, mentre l’Austria d ha già raggiunto e la Spagna sta notevolmente crescendo”, (op. cit. pag. 18). Il raffronto vero e proprio tra la produzione scientifica a livello mondiale viene esposto in tre tabelle: la prima riguarda la categoria dei Paesi che hanno un impatto superiore a quello globale, la seconda a impatto moderatamente inferiore, la terza a impatto largamente inferiore. Nel primo settore l’Italia supera la media in 8 aree scientifiche sulle 88 considerate (differenza % dell’impatto italiano rispetto al globale da +38 a +2); nel secondo, siamo in passivo da un minimo di due punti (-2) a un massimo di trentanove (-39, settori scientifici 9-65 sugli 88 considerati); nel terzo (dal 66 all’88) siamo largamente inferiori in 22 settori su 23. In questo comparto è compresa l’education: il posto occupato dalla ricerca educativa italiana è l’87° su 88, con un impatto percentuale negativo di -62. Un ulteriore raffronto è costituito dall’analisi dell’impatto della ricerca scientifica universitaria italiana nel suo complesso. Gli addendi sono costituiti dal rapporto tra numero di docenti, numero di pubblicazioni e numero di citazioni. Ne nasce una graduatoria che vede al primo posto Milano con oltre 50.000 citazioni, seguita da Roma-Sapienza e Padova con oltre 40.000 e via via con posizioni intermedie fino alla registrazione di 8 presenze per Castellanza Gattaneo e Macerata, 2 per Foggia, O per Roma IUSM e Napoli Orientale. Collocazione a parte ricevono le cosiddette “Scuole di eccellenza” e cioè la Normale e la S. Anna di Pisa e la SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste. Sono ai primi posti nell’impatto, con la punta di 5,28 contro la media rimanente che è di arca 3, mentre per la produttività e cioè il rapporto fra docenti e numero di pubblicazioni, contro l’indice medio di tutti gli altri Atenei di 3,11, l’impatto medio delle tre predette istituzioni “eccellenti” è di 18,89. La società educativa italiana rivela così, ancora una volta, il carattere duramente piramidale che la connota dalle sue origini nazionali ad oggi: tre vertici acuminati al livello universitario, un complesso intermedio di alta o media qualificazione, se si prescinde da inquinanti presenze effimere, un corpo di istituti medio-superiori e medii, modesto nei grandi numeri (anche se con qualche punta alta) e, infine, una base di milioni di persone escluse dal recinto della modernità minima. Straordinario ed impressionante è lo squilibrio della ricerca universitaria italiana in un comparto introduttivo e costitutivo, la matematica, m questo campo, fatta pari a cento la qualità della istituzione al primo posto, la S.I.S.SA., il resto delle Università italiane si attesta su quota venti: un balzo che non ha bisogno di commenti(n). 4. Note a sentenza. Questa espressione, tipica del mondo giuridico, vuole introdurre una breve sintesi conclusiva delle considerazioni che precedono. a) D quadro economico del Paese è mediamente ben collocato sul piano internazionale. Tale posizione è tuttavia surrettizia in carenza di una politica delle risorse umane: ne derivano “scricchiolii” del sistema, peraltro già avvertiti. b) Un’anomalia italiana” nel settore della formazione è caratterizzata da un vistoso disequilibrio educativo: vertici stretti su di una base appesantita da una larghissima platea di esclusi dalla fruizione scolastica. Ci trasciniamo dall’unità d’Italia tale scompenso, non si è finora messa in opera una politica educativa mirata, se non ad eliminarlo, almeno a ridurlo drasticamente. Si è lasciato e si lascia che il sistema evolva naturaliter, i progressi registrati sono funzione, per gran parte, di questo andamento spontaneo. e) Le posizioni comparative di un Paese rispetto aipartners di riferimento, ci collocano costantementg su posizioni di coda. Siamo tra gli ultimi per “deposito” di conoscenze nella fascia adulta, nazioni tradizionalmente più arretrate in fatto di scuola (Spagna, Greda, Polonia) minacciano di sorpassarci o lo hanno già fatto. Piccoli energici Paesi (le aree nord europee, la Corea, e, nel settore universitario, il Messico) ci sopravanzano. Sarebbe stato necessario, lo è ancora impostare una vigorosa politica di Educazione degli Adulti (EDA), l’Unione Europea ne ha indicato metodi e stile, il dibattito italiano è stato ed è, sul piano accademico e saltuariamente anche in quello politico, consapevole ed accurato. La capacità di progettare è dimostrata - l’UNLA con la sua Università, i maggiori organismi di EDA riuniti in Forum- ne sono testimonianza. Manca la capacità di realizzare. Ogni Governo proclama di muoversi per una politica formativa “nel quadro dell’Educazione Permanente”: (l’espressione è diventata uno slogan, ricorda il passo kantiano sulla differenza fra l’idea dei cento talleri e i cento talleri reali). d) Se il corpo centrale del sistema educativo evolve lentamente e per inerzia, conclamate condizioni di pericolosità stanno alla base ed al vertice della piramide formativa. Trasformarla, questa rocciosa appuntita piramide, in un tronco di cono appare impresa urgentissima. La deriva ormai pluridecennale dell’Università e della ricerca, prestigiosa nelle punte ma mediocre nel corpus - si registrano strutture nominalmente univer-sitarie ma di fatto a zero ricerca -, ci qualifica come Paese singolare. L’immagine “chioma-radici” esprime bene, nella perversa concatenazione “alto-basso”, questo squilibrio. e) Fra i vari motivi ricorrenti, la politica educativa italiana denota da qualche tempo, sotto l’aspetto della efficienza e della produttività, il ricorso all’idea della scuola come azienda. Il tema non è nuovo: negli anni ’60 un noto sociologo dell’educazione, Gino Martinoli, fondatore del Censis, si cimentò nell’ “impresa” di valutare "l’Università come impresa” (questo il titolo di un suo lavoro). L’OC-SE ha più volte offerto il destro, tuttavia con cautela, a tale profilo, Kerr ebbe cinquant'anni fa negli USA il suo quarto d’ora di celebrità magnificando l’Università come Multiversità. Di recente, il vento aziendalistico è tornato a soffiare con prepotenza. Ricorrendo il 25° anniversario della SISSA (Nov. 2003) si è parlato a Trieste di “aziendalismo universale”: deprecandolo. Occorrerebbe riflettere sul perché dei fallimenti ripetuti di “aziendalizzare” la scuola. Ricorrono due profili che paiono discriminanti. L’azienda esiste per il profitto. Produce merci. E’ verticale. C’è chi pensa e ordina, c’è chi esegue. La scuola è orizzontale. Espunge il comando volto alla produzione. Forma “potenziali pari”. Elargisce profitti di altro tipo. Sono ovviamente possibili incontri e scontri. Non conglomerazioni. Peraltro, il tema appare, nella sua enfasi, tipicamente italiano. f) Più che puntare su commistioni improprie, si potrebbe riflettere su di un profilo che il mondo economico da tempo ha fatto suo e che adesso coltiva più attivamente. Si tratta dei cosiddetti “intangibili” che, tra l’altro, realizzano in gran parte il vantaggio competitivo delle imprese. E sono costituiti, per esempio, dai brand delle aziende che producono beni di consumo, dal valore della raccolta delle banche o dal portafoglio premi delle compagnie di assicurazione. Recenti norme internazionali impongono addirittura l’iscrizione in bilancio degli “intangibili” e ciò nonostante le obiettive difficoltà di misurarne il valore reale. Il capitale umano, specie quello più sofisticato, costituisce una parte centrale degli “intangibili”. Se azione politica vale intervento sul presente per costruire, nei limiti della ragionevolezza previsiva, il futuro prossimo, occorre e soccorre uno sguardo conclusivo sulla società italiana di oggi e le sue immediate prospettive Ci aspetta una mutazione epocale. Per i prossimi decenni si profila un cambiamento devastante per la nostra comunità nazionale sul piano demografico e, quindi, socio-economico: incalza una cultura diversa, in senso lato. Il nostro Paese infatti: 1) ha vinto la sfida contro la morte precoce, godiamo di una delle più elevate durate medie della vita: 77 anni per gli uomini, 83 per le donne; 2) in concomitanza allarmante, però, si è drasticamente ridotto il numero medio dei figli per donna, pari oggi a 1,25. Questo significa che abbiamo una natalità del 40% in meno di quella necessaria ad assicurare la crescita zero della popolazione. “Si sta creando - scrive il noto demografo Golini -una sterminata legione di donne con figli unici o senza figli”12 ; 3) il sistema popolazione, quindi, si gonfia in alto con una popolazione costituita da vecchi e grandi vecchi, ma non viene adeguatamente alimentato, in basso, dal ricambio di bambini e giovani; 4) tra il 2000 e il 2020 le classi giovanili diminuiranno infatti al ritmo di 300.000 unità l’anno(13); 5) la necessaria e preziosa immigrazione straniera - 2.100.000 unità ad oggi - si appresta a stravolgere la fisionomia tradizionale della popolazione italiana. D badante e la badante che accompagnano il passo malfermo dei nostri connazionali anziani, si preparano a rimpiazzarli con esiti attualmente inimmaginabili. Capire e governare questo processo impone una strategia di Educazione degli Adulti a larghissimo raggio. Urgente, se vogliamo che sopravvivano i nostri valori e se ne costruiscano nuovi. Alcune delle maggiori università straniere, inglesi ed americane soprattutto - si pensi ad Oxbridge, al Cal-tech, al M.I.T, all’ U.C.S.A. - hanno da tempo tipizzato il loro “marchio” sotto il quale producono sofisticate conoscenze e lo “vendono”. Puntare sui centri italiani di eccellenza, sui Politecnici, sulle nostre più note Università, sui centri di ricerca più affermati del CNR e via di seguite, oltre che espungere le mediocri concrezioni alle quali si è accennato (la moneta buona caccerebbe, in questo caso, quella cattiva), significherebbe l’utilizzo appropriato di una positiva filosofia aziendale e la valorizzazione altrettanto appropriata e competitiva delle migliori istituzioni di insegnamento e di ricerca. D modello potrebbe toccare anche i più validi istituti medio superiori vivaio, talora, di validi ricercatori universitari. La sinergia delineata servirebbe inoltre ad attivare l’Università sul percorso dell’Educazione degli Adulti, già tracciato da norme in vigore,finora pretermesse. Appare ormai imperativo che gli Atenei si facciano carico di questa filosofia formativa. Sul tema è stata interessata la CRUI che ha espresso la propria disponibilità di massima.
5. La coesione sociale Come i tasselli di un mosaico, i risultati di questo lavoro convergono in una visione comparativa dell’Italia che, nel quadro OCSE colloca il nostro Paese nella media dell’Organizzazione per quanto riguarda la ricchezza nazionale, il PIL: (grafico n° 1) tutti gli altri indicatori ci vedono invece m posizione di coda. Sintesi altamente espressiva della qualità dei Paesi dell’Unione Europea (prima dell’allargamento ad Est) è il concetto di coesione sodale. Ouesto parametro altamente significativo della “qualità” di un Paese, si rifa alla cosiddetta triade concettuale di Dahrendorf, efficienza economica, democrazia politica e, conclusivamente coesione sociale. In questa sede conviene soffermarsi principalmente proprio sulla coesione sociale che è a sua volta la risultante dell’andamento della disoccupazione, dei livelli di istruzione e delle tendenze demografiche. I dati che seguono sono stati elaborati dall’UNLA - UCSA nel quadro della ricerca dell’ U.E. su “La coesione territoriale in Europa” (14). Per quanto riguarda la concentrazione della popolazione sul piano europeo, si colloca al primo posto la cosiddetta “megalopoli nord-occidentale europea” con circa cento milioni di abitanti, pari ad oltre 1/4 della popolazione totale dell’Unione. Seguono tre aree di concentrazione di dimensioni inferiori ma elevate e cioè la regione di Parigi, l’area Lombarda- Veneto-Ligure nel Nord Italia e l’area Lazio, - Campania nell’Italia centrale. Ciascuna di queste aree ha una popolazione tra i dieci e i quindici milioni di abitanti. Quello che preoccupa, nel caso italiano, è la prospettiva dell’andamento demografico quale è stata in precedenza delineata e che, nelle ben note ricorrenti “considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia (ultime quelle del 31/5/04) sono state ribadite dallo stesso Governatore con il seguente statement: “ non c’è esempio, nella storia dello Stato nazionale, di comunità internazionale che si arricchisca con una popolazione che si riduce”. Il livello di coesione è conseguentemente espresso dall’U.E. con l’individuazione delle regioni più povere per Stato membro (anno 1999 - Media U.E. = 100, Regioni con PIL procapite al di sotto del 75% della media) e con i tassi di disoccupazione più elevati (anno 2000). Orbene, nel nostro Paese le Regioni interessate si collocano come nelle seguenti tavole:
Fonte: U.E. op. dt. pag. 35
Tav. n° 10 Le Regioni italiane con i tassi di disoccupazione più elevati: 1999 (media U.E. =100)
Fonte: U.E. op. cit. pag. 39
Oltremodo significativo il quadro italiano proposto dalla U.E.: coincide esattamente con le sei regioni a rischio che l’UNLA ha indicato sin dagli anni '50 come il “ventre molle della società italiana”. Sinteticamente, l’impatto della presenza dei titoli di studio a livelle tenore nei Paesi dell’Europa dei 15, risulta infine dalla seguente tavola
(Fonte: Eurostat, in U.E. op.cit. pag. 44 ***** Una possibile conclusione del discorso fin qui condotto, chiaramente metascientifica, ma forse utile, richiama alla mente i moralisti come li vuole i tipica tradizione inglese: coloro i quali (fra di essi chi scrive) si sentono infelici se i loro vicini appaiono meno infelici o, peggio, felici.
NOTE: (1) O.E.C.D, Economic Surveys: Italy, Paris 2003. (2) IMD, World Competitivennes Yearbook, pag. 48. Più ampie valutazioni sono state espresse in marito da S. Cassese: “Il Corriere della Sera” 5 novembre 2003. (3) ISTAT: Forze di lavoro – Media 2002 (25 febbraio 2003, Collana Annuari) (4) Dialogos n. 31-32 Luglio-Dicembre 1996. v. anche: UNLA-UCSA. Mancata scolarità ed EDA in Italia, Roma 1965. (5) Quale Europa per i giovani?, Quaderni di Athenaeum, Roma 2003. (6) - INVALSI, Adult literacy and lifeskill - Letteratismo e abilità per la vita - Rapporto indagine pilota (9/2002) pag. 3 e seguenti. (7) MIUR . CEDE, La competenza alfabetica in Italia, pag. 61- - F. Angeli, Milano 2000. (8) O.E.C.D., Indicators: Education at a glance, Paris 2003. (9) v. Terzo rapporto europeo su: “Scienza e Tecnologia”. Indicatori 2003, Bruxelles 2003.
(10) v:
CRUI: La ricerca scientifica nelle università italiane. Una
prima analisi delle citazioni della banca dati ISI. Luglio 2003,
Roma. (12) v.: A. Golini: Problemi e sfide in campo demografico e sociale. In: Il Giornale del SISTAN 24/2003. (13) v. M. Livi Bacci: Il rebus delle donne tra figli e lavoro. In: Repubblica, 19.5.2004 (14) U.E. Comitato delle Regioni – La coesione Territoriale in Europa. U.E. 2003.
Fonti primarie U.N.L.A. - U.C.S.A.: Mancata scolarità ed educazione degli adulti in Italia -UNLA, Roma, 1995. DIALOGOS - Problemi della scuola italiana, voi. 31-32, Roma, 1996. U.N.L.A - Lineamenti di un Programma Nazionale per l’Educazione degli Adulti -U.N.L.A., Roma, 1998.
Saverio AVVEDUTO:
Società della conoscenza ed educazione permanente- Primo Convegno
Nazionale Enti di EDA. - Roma, 2001. O.E.C.D. : Education at a glance. Paris, 2003 (e volumi precedenti). C.R.U.L: La ricerca scientifica nelle Università italiane. CRUI - Roma, 2003. European Commission: Third European Report on Science and Technology Indicators. Bruxelles, 2003. I.M.D. - Worid Competitiveness Yearbook. Losanna, 2003.U.E.: Comitato delle Regioni: La coesione territoriale in Europa - Brux 2003.
LA CROCE DEL SUD Arretratezza e squilibri educativi nell’Italia di oggi
“L’autorità che con dar valore ad un pezzo di carta può supplire al difetto dell’erario, non può fare che in pochi mesi o anni un virgulto diventi albero d’alto fusto, come non può di teneri fanciulli far in un subito marinai o soldati”.
Carlo Denina (1731-1813),in: Le rivoluzioni d’Italia (vol. 3°, pag. 211- Napoli 1786) (A commento della decadenza di Genova,dopo il 1353, per aver perso in guerra cinquemila uomini). Nel 1777, il Denina era stato destituito dall’insegnamento per aver scritto l’opera “Dell’impiego delle persone”
Sommario
1. Il fiume Aare 2. Foto di gruppo dell’Italia educativa all’inizio del XXI secolo 3. La croce del Sud 4. Dove stanno gli extra-Costituzione. La tenaglia educativa. 5. L’erba del vicino ……. 6. Potere sostantivo e sapere diffuso. 7. Il modello coreano. 8. Un possibile punto di partenza. 9. Una proposta conclusiva.
Indice dei grafici, boxes e tavole.
1. Il fiume Aare. L’istantanea educativa dell’Italia 2001 è finalmente pronta. Ad oltre tre anni di distanza dal 14° censimento, sono stati resi pubblici i dati sui livelli di istruzione del Paese. L’Istat, fatto insolito nella presentazione tradizionalmente asettica delle cifre,abbozza un sorriso. Titola così: “Siamo un popolo più istruito” (1). Elementare Watson, verrebbe da chiosare. Aspettarsi un popolo meno istruito, dopo 10 anni dalla precedente rilevazione, sarebbe stato inquietante. Occorre comunque verificare. L’impressione basica è, tuttavia, che ci si trovi davanti un quadro educativo in lenta, lentissima evoluzione: una reale stagnazione, cioè, specie se confrontata con la domanda esponenziale di formazione propria delle comunità odierne. L’incremento numericamente modesto degli scolarizzati appare infatti spontaneo, dovuto cioè all’entrata ed all’avanzamento nel sistema educativo delle leve demografiche in via di scolarizzazione. Chi non è raggiunto dalla scuola o fuoriesce, a qualunque livello, dai ranghi, continua per lo più a rimanere escluso, vita natural durante, da ogni esposizione educativa intenzionale. Qualche cifra di insieme. Gli italiani scolarizzati dagli 11 anni in su, compresi, va sottolineato, gli analfabeti e le persone sfornite di titolo di studio, nel 1991 erano 50 milioni 522.467; nel 2001 sono 51 milioni 132.726: un incremento dell’1,19 % che connota l’assetto fondamentalmente stabile del sistema. Addirittura, i giovani fra i 6 e i 14 anni iscritti ad un regolare corso di studi diminuiscono, sia pure di poco, nell’ultimo censimento, passando da 96,7% del 91, al 96,3% del 2001 (pag.11, nota 1): è una spia che “Via Balbo” accortamente segnala. Segno e simbolo di questo sostanziale stallo, il patrimonio di laureati (comprensivo delle lauree brevi e dei dottorati): nei due censimenti resta sui 4 milioni circa di unità. Alla base, poi, permane l’insopportabile serbatoio degli italiani fermi alle elementari o senza titolo di studio, i sans papier, per dirla col francese lavorativo, che con quasi 20 milioni di unità, costituiscono ancora oggi il fondamento della nostra piramide educativa. Un “movimento fermo”, potremmo definire, con un ossimoro, l’insieme. Come il fiume Aare che, notava Cesare, è così lento da non potercisi accorgere in utram partem fluat, da che parte scorra.
Grafico n.1
(1) Istat: “L’istruzione della popolazione al 2001”.(resi noti il 21.01.05, pubblicazione a stampa prevista per giugno 2005). Dati definitivi del 14° censimento, pag 1. I successivi rimandi sono riferiti a questo documento di sintesi ed alle connesse schede analitiche Questo assetto statico pone almeno tre domande di fondo: 1) è il nostro un sistema educativo capace di elaborare le sintesi culturali ed economiche alte, necessarie per competere positivamente con i partners europei e con le emergenti realtà extra-europee? 2) si può far ricorso, in tempi certi, all’utilizzo del capitale umano esistente nel Paese ma non utilizzato (il sommerso educativo ) per costruire un sistema più equilibrato? 3) quale shock è necessario per invertire la rotta ed evitare il pericolo che, a bocce ferme come adesso, il sistema sia, nella competizione socio-economica internazionale, emarginato?
Le analisi che seguono cercano di fornire una risposta iniziale a questi interrogativi.
2. Foto di gruppo dell’Italia educativa all’inizio del secolo XXI°. Una possibile elaborazione dei dati Istat consente di presentare un quadro di insieme, il seguente.
Tav. n.1
Popolazione da 6 anni in poi per grado d’istruzione (cens. 2001)
Grado d’istruzione
Titolo di studio Valori assoluti % sulla popolazione dai 6 anni in su
1) Laurea, 4.042.259 7,51% sec. sup. 13.923.366 25,85%
I) Totale parziale 17.965.625 33,36 %
2) Lic. media o avviam prof.le 16.221.737 30,12 %
3) Lic. elem. 13.686.021 25,41%
Analfabeti e nessun titolo 5.981.579 11,11%
II) Totale parziale 19.667.600 36,52% ====== 100% III) Totale generalescolarizzati da 6 anniin su 53.854.962Popolazione totale al 2001: 56.995.744
Fonte: Istat. cens. 2001/2005 – Elaborazione UNLA - UCSA
Qualche nota di commento. La tabella riporta, alla base, la popolazione totale e quella, più appropriata, degli scolarizzati dai 6 anni in su. Qui di seguito ci si riferisce solo a questi ultimi, restando fermo che i dati globali sono ugualmente significativi, anche se riportati alla popolazione globale.
a) Il vertice della piramide educativa italiana nel 2001 è costituito da laureati (7,51%) e diplomati (25,85%): nell’insieme 17 milioni 965.625 pari al 33,36%. Con un termine ripreso da Primo Levi potrebbero essere definiti i “salvati”. b) I possessori di licenza media - l’Istat riporta ancora la dizione relativa all’avviamento professionale scomparso ormai da mezzo secolo – sono 16 milioni 221.737 pari al 30,12%. c) La base della piramide, il sottosuolo dei possessori della sola licenza elementare o, si fa per dire, di nessun titolo e gli analfabeti puri, è costituita da una platea di 19 milioni 677.600 pari al 36,52%. Sono i “sommersi” coloro cioè che fuoriescono dal dettato costituzionale, vigente dal 1948, del minimo di otto anni di scolarità obbligatoria. Impressionante la platea degli analfabeti e nessun titolo: 5 milioni 981.579, pari a 11,11 italiani su 100.
Tav. n. 2Valori numerici aggregati della piramide educativa Titolo di studio Valori assoluti %
Laurea 4.042.259 7,51%
Sec. Sup. 13.923.366 25,85%
Lic. media 16.221.737 30,12 %
Lic. elem.,
nessun titolo, 19.667.600 36,52% analfabeti ========= =========== ============== Totale 53.854.962 100%Fonte: Istat. Cens. 2001/2005 – Elaborazione UNLA - UCSA
Per evidenziare gli “illetterati” che,
secondo la dizione MIUR Invalsi e UNLA – UCSA, sono gli italiani
forniti di licenza media e grado inferiore di istruzione, occorre
poi sommare i relativi coefficienti: medie, elementari, nessun
titolo. Il risultato è pari a 35.889.337 che costituiscono lo
zoccolo duro dei nostri connazionali alfabeti, pari al 66% della
popolazione di riferimento.
3. La croce del Sud. Arretratezze e squilibri nella piramide educativa emergono con forza dai dati globali fin qui presentati. All’interno del Paese, questa condizione di complessivo scompenso rivela un’Italia geograficamente divisa, un’Italia duale, manifestando inoltre gravi iniquità formative fra le generazioni. Focalizziamo anzitutto l’Italia meridionale e insulare. La popolazione di 11 anni e più senza titolo di studio e per regione (grafico n 2) scolpisce la Croce del Sud, per dirla con un’immagine, spesso – come quella celeste – invisibile se non la si cerca dalla visuale giusta con spassionata passione. Grafico n. 2
Popolazione senza titolo di studio di 11 anni e più per regione
Fonte: Istat. Cens. 2001/2005 – Elaborazione UNLA-UCSA
L’UNLA a suo tempo definì sei regioni meridionali italiane“a rischio”, a rischio, cioè, di una deriva educativa inarrestabile se non appropriatamente arrestata. Ad esse, (Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata, Campania) si aggiungono ora Abruzzo e Molise, mentre Umbria e Marche tallonano questa entropia educativa. Nessuna delle sei precedenti regioni a rischio rivela un deposito di ana-alfabeti, (dagli 11 anni in su), inferiore al 9 %. La Basilicata conferma il suo triste primato col 13,8% seguita dalla Calabria, 13,2% e via via Molise 12,2%, Sicilia 11,3%, Puglia 10,8%. Sfiorano il 10% della cecità educativa l’Abruzzo 9,8 %, la Campania 9,3 %, la Sardegna 9,1 %. Gli squilibri generazionali emergono dal grafico 3 che, distinto per sesso, rivela la parte penalizzata dell’Italia femminile: 71,4% donne, contro 28,6% maschi per i 75 anni ed oltre, contro una situazione in equilibrio per la fascia di età 35-39 anni e 40-44. Dai 50 anni in su lo squilibrio riemerge in maniera evidente.
Grafico n. 3
Popolazione di 11 anni e più senza titolo di studio per età e sesso
Fonte: Istat. Cens. 2001/2005 – Elaborazione UNLA-UCSA
Impressionante l’entità del noto confinamento delle donne nel settore letterario dell’attività didattica (pag.4 del doc. Istat): sono l’86,7% contro il 13,3% dei maschi. In ingegneria, situazione specularmente rovesciata: 82,9% uomini 17,1% donne. L’analisi indiscutibile dei dati fin qui esposti può essere espressa con la citazione testuale del documento censuario di “Via Balbo”: “Nell’Italia Meridionale ed Insulare si registra una percentuale più consistente di persone di 11 anni e più senza alcun titolo di studio pari rispettivamente al 10,6 % ed 10,7% delle popolazioni di riferimento. Al contrario nell’Italia centrale tale percentuale si assesta al 6,2%, nell’Italia Nord-Orientale al 4,8%, nel Nord Ovest al 3,5%. In particolare, le regioni in cui l’incidenza del fenomeno è più elevata sono la Basilicata e la Calabria, con rispettivamente il 13,8% e il 13,2%,circa 7 punti oltre il valore medio nazionale”. (2)
Lo squilibrio finora documentato si configura in maniera diversa ma non meno inquietante se si considera l’insieme dei laureati di 20 anni e più per regione. (2) Istat: L’istruzione della popolazione al 2001 cit., pag. 6
Grafico n. 4
Laureati di 20 anni e più per regione
Fonte: Istat. Cens. 2001/2005 – Elaborazione UNLA-UCSA
Il Lazio, come era prevedibile per la forte concentrazione burocratica che in esso ha luogo, è la regione con la più alta percentuale di laureati, oltre 3 punti in più sulla media nazionale (3,2%). Al secondo posto la Liguria (8,4%). Subito dopo, sorprendentemente, la Calabria con 7,9%: la tenaglia alta e bassa qualificazione della popolazione residente raggiunge lì il suo massimo. La punta dello Stivale ha più laureati della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia Romagna, della Toscana, del Veneto e Friuli Venezia Giulia. Si appaiano al caso Calabria, la Campania e l’Abruzzo col 7,7% ciascuna di laureati, il più basso patrimonio è quello della Sardegna con 6,5 laureati ogni cento censiti.
4. Dove stanno gli extra-Costituzione. – La tenaglia educativa. Si tratta, come già riportato, di 19.667.600 italiani da 6 anni in su. C’è una doppia difficoltà nel percorso – urgente,essenziale,qualificativo – del loro inserimento nell’area costituzionale. Quello degli otto anni, minimi, di scolarità obbligatoria: la loro dislocazione geografica da un lato, i metodi ed i mezzi per “riconquistarli” dall’altro. Mezzi e metodi costituiscono uno scoglio ben noto agli andragogisti che da tempo sperimentano forme appropriate di contatto educativo con gli adulti. L’approccio (questa è la principale difficoltà) è necessariamente quanto ovviamente diverso da quello della pedagogia scolastica tradizionale. Educare l’adulto è ben altro compito che educare i giovani e,tra l’altro, gli specialisti in materia sono pressoché inesistenti in Italia. Lasciando da parte questo segmento che, unito alle risorse finanziarie coerenti, è materia a sé per interventi nelle sedi deputate, qui si vuole individuare la collocazione geografica, preliminare, dei nostri connazionali sforniti del titolo di studio minimo della cittadinanza educativa.(tav. n°3)
Tav n. 3
Gli Italiani extra-Costituzione per area geografica
It. nord occidentale 4.844.695 It. nord orientale 3.626.527 It. centrale 3.590.138 It. meridionale 5.139.511 It. insulare 2.466.729 ====================================== Totale 19.667.600
Fonte: Istat, ibidem, schede analitiche
Il quadro geografico su esposto evidenzia, ancora una volta, la penalizzazione dell’Italia meridionale; ma anche il Nord, soprattutto occidentale, paga pegno. L’illegalità scolastica, chiamiamola così, è quasi equamente diffusa nel Paese. Un’ulteriore analisi significativa della localizzazione dei “senza titolo” è quella per regioni. Tav n. 4 Gli italiani extra-Costituzione per regione
Al
di là dei rapporti percentuali, le sacche di cecità educativa,
toccano corposamente anche regioni avanzate, come Piemonte,
Lombardia,Veneto, Emilia-Romagna Grafico n. 5 Popolazione di 11 anni e più senza titolo di studio per Grandi Comuni
Fonte: Istat. Cens. 2001/2005 – Elaborazione UNLA-UCSA
La tenaglia “bassa-alta qualificazione educativa” già precedentemente notata si ripropone in forme ugualmente divaricate se si guarda alla distribuzione dei laureati per Grandi Comuni (grafico n.6). Milano e Bologna le città più “colte”, 16,7 e 16,4 % ; seguono Roma col 15,2 %, Bari col 13 %, Messina col 12,1 %, Catania 11% e Palermo 10,4%.
Grafico n. 6 Laureati di venti anni e più per Grandi Comuni
Fonte: idem.
5. L’erba del vicino….La dimensione internazionale dei complessi sistemi sociali del nostro tempo è, si sa, ineludibile. Necessaria ed utile, è anche impervia e soggetta a possibili usi impropri. Per esempio, gli estremismi contrapposti dell’esaltazione dei propri assetti o dell’infatuazione dell’erba più verde del vicino. Indicazione dei metodi adoperati e dati certi costituiscono opportuni caveat. Poiché l’analisi condotta in queste pagine non è la sistematica comparazione dell’impianto educativo italiano con altri esteri, ci si limita ad indicare, per dichiarati fini propositivi, tre principali punti di debolezza del nostro apparato formativo (altri e più completi sono contenuti nel rapporto “Volar sanz’ali” – UCSA , Roma 2004-05) . Il primo punto è di impianto generale, il secondo e il terzo sono funzionali al quadro scolastico da un lato ed all’incrocio formazione-lavoro dall’altro. Il primo profilo è di ampio fondamentale interesse. Si tratta di osservare quale è in Italia il “deposito” culturale lasciato ai cittadini dalla scuola, l’imprinting scolastico, cioè, della popolazione adulta. Soccorre a tal fine il grafico n.7 che evidenzia i livelli educativi degli italiani derivanti dal numero medio di anni di scolarità fra i 25 e i 64 anni, per l’anno 2002. La fonte, come il grafico espone, è il classico Education at Glance, la prestigiosa pubblicazione annuale dell’OCSE sui sistemi fomativi dei Paesi membri. Il nostro Paese è collocato al terz’ultimo posto seguito solo dal Portogallo e dal Messico. Negli anni precedenti (vedi il citato Volar sanz’ali) eravamo collocati fra il quint’ultimo e il quart’ultimo posto. C’è quindi un peggioramento evidente della situazione.
Grafico n. 7
Livelli educativi della popolazione adultaNumero medio di anni di scolarità della popolazione di 25-64 anni, 2002
Fonte: OCSE, Education at a glance 2004, Parigi
A questo quadro di insieme va accoppiata un’analisi più puntuale, intesa a disaggregare la consistenza del capitale umano nella popolazione tra i 25 e i 64 anni di età, per i livelli più alti di titoli di studio posseduti. Un’elaborazione congiunta sui dati OCSE 2003 condotta da Confindustria (rapporto Education 2004 ed. 2005) rivela (Tav.n.5) che l’Italia registra condizioni di allarmante squilibrio rispetto ai maggiori Paesi OCSE. Solo la Spagna ha un numero di diplomati lievemente inferiore al nostro (40 contro 43) ma tutti i rimanenti Paesi ci sopravanzano per diplomati, laureati totali e laureati con laurea lunga. Tav n. 5 Livelli di istruzione della popolazione fra i 25 e 64 anni al 2001 per tipo di diploma medio e universitario
Paesi Diplomati Laureati di cui Laurea lunga
Italia 43 12 10 Francia 64 34 12 Germania 83 22 13 Spagna 40 36 17 Regno Unito 63 29 18 Canada 82 51 20 Giappone 83 48 19 Stati Uniti 88 39 28
Fonte: OCSE – Confindustria: Rapporto Education 2004, pag. 51 di 87 – Rielaborazione UNLA-UCSA
Superfluo ma indispensabile sottolineare lo scarto che ci allontana da tutti i nostri partners: registriamo il più basso numero in assoluto di laureati “brevi” e “lunghi”, gravissima falla tra i diplomati, nerbo del mondo del lavoro. Con l’eccezione della Spagna (che comunque ci travalica ancora per laureati “brevi” e “lunghi”). Siamo in piena zona allarme rosso con circa la metà di capitale umano qualificato tra i 25 e i 64 anni.
Né ci conforta l’evoluzione nel tempo della disponibilità di questo capitale. Sempre dati OCSE-Confindustria (rielaborazione UNLA-UCSA) ci dicono (Tav. n. 6) che fra il 1991 ed il 1998 l’evoluzione di diplomati e laureati registrava in Italia la dinamica più bassa. Tav n. 6 Evoluzione dei livelli di istruzione medio-superiore nella popolazione 25-64 anni fra il 1991 e il 1998
1991 1998 Paesi Diplomati Laureati Diplomati Lureati
Italia 28 6 43 12 Francia 50 15 64 34 Germania 82 22 83 22 Spagna 22 10 40 36 Regno Unito 65 16 63 29 Canada 76 40 80 51 Stati Uniti 83 36 88 39
Fonte: OCSE – Confindustria: Rapporto Education 2004, pag. 51 di 87 – Rielaborazione UNLA-UCSA
Ampliando, sia pure di poco, il grandangolo della foto OCSE, ci si può chiedere quale peso abbia, in questa condizione di arretratezza, la confidenza col libro. “I non lettori – scrive Tullio De Mauro (3) – cioè quelli che non leggono né un libro, né un giornale, sono i due terzi della popolazione italiana. E a loro [i ricercatori n.d.r.] hanno chiesto: perché non leggete? La sgranatura delle risposte è abbastanza interessante. Il 6% degli intervistati conferma: perché non so leggere. E’ una percentuale superiore a quel 5 per cento accertato da Vertecchi e tre volte maggiore del dato anagrafico dell’Istat, fermo al 2% di analfabetismo totale”. Quei due terzi, va aggiunto, toccano la quota 66% accertata dall’UNLA – UCSA come la sacca degli ana-alfabeti italiani. Da qui occorre partire per una nuova e diversa politica educativa. Si tratta di agire su due direttrici a “convergenza parallela”, per usare una famosa espressione. Da una parte allargare l’utenza formativa scolastica al più alto numero di destinatari per coorte di età, dall’altra recuperare le fasce oltre 25 anni fuoriuscite dal sistema educativo e, nei grandi numeri, mai più esposte all’irradiazione formativa. Il nostro Stivale purtroppo cammina, scolasticamente parlando, su una gamba sola, quella degli scolarizzati fra i 3 e i 24 anni, con le progressive ampie rastremazioni registrate dalla già segnalata piramide educativa. Occorre, da una parte, tendere a trasformare la piramide in tronco di cono, e, dall’altra, impiantare la seconda gamba formativa, quella degli adulti, per stringere la deriva del sistema che, come si è visto, va aggravandosi. E’ noto difatti che qualunque titolo di studio, se non esercitato ininterrottamente dopo 5 anni in media, fa regredire chi lo possiede al livello inferiore. E’ per questo motivo che le elaborazioni MIUR-INVALSI e UNLA-UCSA accorpano nell’ampio bacino degli alfabeti i possessori del titolo di licenza media che, immersi a tempo pieno nelle attività di lavoro, lasciano deperire, senza averne neppure consapevolezza, il loro giovanile patrimonio scolastico. Stessa condizione, come già accennato prima, quella dei “salvati” – dalla secondaria superiore alla laurea - forse esposti ancora di più alla svalutazione dei loro titoli e confrontati sicuramente con le richieste di una economia avanzata: i quarantenni prematuramente bruciati dal mercato del lavoro fanno testo. Fino a quando non si provvederà ad affiancare al vecchio percorso educativo questo nuovo segmento, l’entropia scolastica continuerà ad allagarsi con lo scivolo che il grafico n. 7 documenta. Per dirla con un’immagine, occorre chiudere l’attuale fuoriuscita ininterrotta dalle filiere educative se non si vuole che il sistema attuale, botte delle Danaidi, continui a declinare. Collaterale a questa prospettiva appare quella evidenziata dai grafici n.8 e n.9.
(3)
V.: T. De Mauro: La cultura degli italiani. – Laterza, Bari 2004 pag.30 Grafico n. 8 Distribuzione per età degli insegnanti della scuola secondaria (2002)
Fonte: OCSE, Briefing note, Italy, 2004
Il primo dei due espone la
distribuzione per età degli insegnanti della scuola secondaria al
2002. La scelta, operata su tabelle fornite all’UCSA dall’ufficio
statistico dell’OCSE (4),
è intesa a focalizzare un livello fondamentale della formazione
post-obbligo. Purtroppo fra i venti paesi esaminati dall’OCSE, il
nostro si colloca all’ultimo posto registrando il preoccupante
serbatoio di docenti oltre i 50 anni di circa il 48%.
Collateralmente, i docenti con meno di 30 anni costituiscono uno
sparuto manipolo, circa il 12%. Il resto costituisce la fascia
intermedia. Va aggiunto che la presenza degli insegnanti anziani
potrebbe avere anche un risvolto positivo in considerazione della
loro più avvertita esperienza. Ma c’è anche il congiunto limite
della ridotta capacità di ideazione e innovazione, le quali
caratterizzano di norma i docenti più giovani. Grafico n. 9
Forze di lavoro 25-64 anni con livello terziario di istruzione (1)
Fonte: OCSE, Briefing
note, Italy, 2004
6.
Potere sostantivo e sapere diffuso. Negli anni
iniziali dell’era reganomica, l’OCSE indisse una Conferenza
internazionale sull’Educazione degli adulti a Paolo Alto,
California. Agli inizi del 2004 un rapporto OCSE sull’economia italiana, registrato nel già citato “Volar sanz’ali”, avvertiva che erano sul finire le condizioni generali di adattamento al nuovo dell’economia italiana ansimante e prevedeva il declino puntualmente verificatosi ai nostri giorni. Il tutto veniva espresso con l’immagine del calabrone che, per la sua stazza e portanza, non dovrebbe volare: eppure vola. Ma il volo, ammoniva l’OCSE, sarebbe stato sicuramente corto se non assicurato da urgentissimi interventi correttivi. Che non sono stati predisposti. E’ significativo che “il Sole-24 Ore” abbia ora ripreso la nostra immagine del calabrone per dire che il suo volo si è fermato: l’Italia, ancora Paese dei paradossi, inverte la storia del calabrone: dovrebbe volare e invece non vola (5). A Davos intanto il Worl Economic Forum elencava le economie più spinte e dinamiche relegando contestualmente la nostra ai margini (vedi grafico n.10). La Banca d’Italia contemporaneamente dichiarava una perdita di competitività del Paese pari al 25 %.
Grafico n. 10
Davos: World Economic Forum 2005: posizione di vari Paesi (previsioni)
Fonte: Univ. del Maryland
(5) V: F. Galimberti, Il Sole 24 Ore del 27.02.05
Le strette maglie del sistema finanziario attuale incatenano l’intervento pubblico nel settore educativo a parametri che ne hanno compromesso la vitalità basica. Il box n.2 riproduce le previsioni ufficiali di bilancio del MIUR per il triennio 2005-06-07: se dovessero essere puntualmente osservate, ogni discorso sul nuovo corso della scuola italiana sarebbe chiuso. Peraltro adesso si apre, con le note correzioni del Patto di stabilità, uno spiraglio. Un investimento cospicuo nel settore appare indispensabile. Cominciare dall’educazione degli adulti sarebbe un atto di saggezza per il rilancio economico del Paese. Si aggiunga che forse è il momento di passare dalla scuola dello Stato alla scuola della Società: da alimentare con un robusto ed equo tributo di scopo che ci renda consapevoli della posta in gioco.
Fonte: Senato, Bilancio Miur 2005 pag. X
7.Il modello coreano. Occhio alla Corea (Consider South Korea), suggerisce la Divisione degli indicatori educativi dell’ OCSE, presentando la “rivoluzione” operata da quel Paese asiatico, centrata sull’istruzione e la salute.
Si tratta, in breve, del primo organico sistema di Educazione Permanente. Il grafico n. 7, collocando la Corea con i coefficienti 11 e 12 nella zona alta dei Paesi OCSE, testimoniava già la sua curva in ascesa particolarmente significativa se rapportata al punto di partenza: i livelli dei Paesi sud-americani e dell’Afghanistan.
Esportare modelli educativi è fondamentalmente velleitario, come esportare la propria democrazia. E tuttavia l’esempio coreano può essere valido per i Paesi avanzati, ai quali esso viene esplicitamente proposto. E viene proposto con l’indicazione dei principali dati di partenza che sono, nel citato briefing note – Italy, i seguenti:
- fra il 1995 e il 2002 l’istruzione universitaria ha registrato lo spettacolare aumento del 50% nella Repubblica Ceca, in Grecia, Ungheria, Islanda, Corea e Polonia; più del 20% in Australia, Finlandia, Irlanda, Messico, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito; - Austria, Francia e Germania sono i soli Paesi a non aver avuto incrementi, il declino demografico può esserne la causa; - In Italia l’aumento nel settore è stato dell’8%. E tuttavia, nonostante tale spinta, il completamento degli studi universitari è da noi molto basso, solo il 23% della stessa coorte di età completa il primo livello universitario, la media OCSE è del 32% con punte del 45% in Australia e Finlandia. - la spesa media per studente in Italia – come del resto quella per l’istruzione in generale - è vicina al livello OCSE (5,3% sul P.I.L. contro il 5,6% OCSE). E tuttavia, gli inadeguati stipendi dei docenti (10,6 nelle elementari, il più ridotto fra i Paesi OCSE che registrano la media del 18,8 %), il numero ugualmente basso di ore lavorative nel rapporto docenti-discenti, dimostrano, sottolinea l’OCSE, che spendere molto non significa sempre spendere bene (high spending levels do not traslate into strong results).
8.Un possibile punto di partenza. Nel 1974 il CNR avviò una vasta analisi della scuola e della ricerca in Italia (6) dichiarando in apertura: “Il Mezzogiorno comincia a scuola”. Oggi le più avanzate riflessioni sul binomio, Educazione Permanente (E.P.)- Educazione degli Adulti (EDA) concordano nel ritenere che l’Educazione Permanente comincia esattamente alla scuola materna. Le condizioni favorevoli per una diversa rotta condivisibile ci sono: tutte le analisi internazionali concordano nel giudicare fra i più avanzati il nostro sistema di educazione prescolare. Occorre cogliere queste opportunità e agire su: - l’allargamento a tronco di cono della attuale piramide scolastica, partendo proprio dalla scuola materna; - il recupero dei drop-outs operato nelle attuali filiere della formazione; - l’inondazione educativa, in forme appropriate e incentivando i rientri scadenzati degli adulti non scolarizzati; un programma straordinario di EDA per il Mezzogiorno del Paese, la cennata croce del Sud. - coinvolgimento pieno dell’Università nell’EDA. Il sapere universitario sa bene che non può pretendere di formare prodotti finiti perché questi decadono oggi più acceleratamene che mai. E deve, quindi intervenire con scansioni programmate per produrre conoscenze aggiornate, proprie e altrui. L’innovazione che si elabora e dispensa con continuità nel tempo, modifica senza posa quanto si sa e quanto si fa sapere. “Apprendimento concentrato”, quello iniziale e “apprendimento ripartito” vita natural durante, debbono essere un polo costante degli Atenei. Non è un caso che studenti non più giovani, circa 30 anni di età, per il 23% dei nuovi iscritti (Seminario DS, 3/2/04) accedono all’Università. Che ha commesso un “delitto” (in senso etimologico, s’intende) tralasciando l’opportunità di intervenire massicciamente nel settore, prevista dalla legge già a partire dagli anni ’80. L’occasione può essere offerta dal vincolo-obiettivo che i Paesi dell’U.E si sono dati, Lisbona 2000, di ampliare la “presa educativa”, gli scolarizzati nel loro insieme, dell’11% entro il 2010 (Commissione Europea: Third European Science and Technology Indicators, Bruxelles 2003). Un traguardo ambizioso, specie per l’Italia, che nel decennio 1991-2001 aveva incrementato l’estensione dell’offerta formativa di appena 1,19%,( rapporto tra gli secolarizzati al 1991 e al 2001- v. pag. 1) C’è una condizione di positivo paradosso che, se accortamente utilizzata, può concorrere a determinare nuovi inediti profili di intervento per l’utilizzazione del capitale umano più avanzato del Paese a favore dell’E.P. Si tratta di questo. Per ragioni che non mette conto di considerare in questa sede, l’apporto pubblico alla ricerca in Italia viene ormai, da oltre un decennio, costantemente ridotto. Negli scorsi quattro anni, gli incrementi per la spesa di ricerca in Italia hanno registrato, nei consuntivi di esercizio delle varie amministrazioni, il seguente andamento.
Fonte: Istat consuntivo 2002, previsione di consuntivo 2003, 2004 in Rapporto Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL 22/3/05 (6) C.N.R. Atti del Convegno di Pugnochiuso (22-25 ottobre 1974)
A non tenere conto degli effetti negativi sulla disincentivazione dei ricercatori che la precarietà delle risorse annue disponibili induce, la situazione di stallo è evidente.
Si aggiunga che le comparazioni internazionali sottolineano costantemente ed impietosamente l’inadeguatezza numerica del nostro patrimonio ricercatori. Per 1000 unità di forza di lavoro (2001) l’AIRI (Associazione Italiana Ricerca Industriale) nel rapporto citato (vedi nota a Tav. 7) registra 2,8 per l’Italia, 7,2 per la Francia, 6,8 per la Germania e 10,2 per il Giappone.
Una conferma autorevole della gravità del quadro complessivo viene da Confindustria che in un apposito rapporto (7) analizza i vincoli posti dalla qualità del capitale umano esistente nel Paese.
L’analisi confindustriale definisce relativamente bassa la qualità di quel capitale. Essa poggia, si può aggiungere, sulla limitata pescosità delle nostre risorse educative. Sulla base dell’effetto chioma-radici e cioè il rapporto fra la floridezza della chioma di un albero e l’estensione delle sue radici, il contributo alla quantità del capitale umano qualificato che proviene da un ristretto plafond della nostra popolazione, non può che essere, come Confindustria dice, basso. Anche qui la palla al piede dei venti milioni di italiani ana-alfabeti costituisce un determinante vincolo. “Solo il 7% circa della popolazione tra i 25 e i 64 anni” – scrive testualmente il rapporto Confindustria- lo abbiamo rilevato (vd. La piramide educativa, grafico n°1) “risulta aver completato l’università nel 2002, il dato più basso tra i principali paesi OCSE dopo il Portogallo (tav. n. 8).
Rimane poi basso il numero di laureati anche tra i giovani: nel 2002, solo il 12% della popolazione tra i 25-34 anni risulta aver conseguito un titolo di studio universitario. Rispetto a dieci anni fa, si registra un aumento del 47%, tuttavia più basso rispetto alla gran parte dei paesi OCSE. I paesi dell’Unione con la più elevata quota di giovani altamente formati sono la Finlandia, la Spagna, l’Irlanda e la Francia che tuttavia, mostrano un divario di dieci punti percentuali rispetto agli Stati Uniti. (7) v. Confindustria – Centro Studi – Check-up competitività (aprile 2005) Analoghi risultati emergono dall’indagine OCSE (Programme for International Student Assessment- P.I.S.A) sulla performance degli studenti di 15 anni di età: gli italiani si collocano al di sotto della media OCSE in matematica (-7%), per capacità di lettura (-4%) e nelle discipline scientifiche (-3%) (tav.n.9).
Solo la Grecia registra scarti negativi maggiori dell’Italia. Gli studenti finlandesi, francesi e olandesi mostrano i risultati migliori tra gli europei L’Italia è, con l’Olanda, il paese dell’Unione con il più basso numero di laureati in materie scientifiche e tecnologiche: all’incirca un quarto del totale nel 2002, mentre nella maggior parte degli Stati membri si registra una percentuale compresa tra il 29-33% del totale (in particolare in Germania, Svezia, Finlandia, Austria, Regno Unito e Francia).
Il sistema universitario appare debole anche nell’attrarre studenti dall’estero. Solo l’1,5% degli studenti universitari proviene dall’estero. Tale percentuale si abbassa allo 0,8% nel caso di studenti di dottorato stranieri sul totale. Il basso numero di laureati si riflette nel basso numero di ricercatori che contraddistingue l’Italia, relativamente ad altri paesi europei, in particolare quelli scandinavi. Nel 2001(ultimi dati disponibili)(vd. Grafico n.11) il numero di ricercatori in Italia è pari al 2,8 per mille degli occupati totali, contro una media europea di circa 6,0. Dal 1991 al 2001, il numero totale di ricercatori è diminuito a un tasso dell’1,6% annuo. Il 40% circa del totale ricercatori risulta, nel 2001, occupato nell’industria.”
Sui nove Paesi considerati, compresi Spagna e Portogallo, di solito caudatari, solo l’Italia ha visto ridursi drasticamente il proprio patrimonio ricercatori.
Ciononostante, la produttività dei ricercatori italiani risultante dal numero di pubblicazioni per 100 di essi sulla popolazione in età lavorativa, è la seguente.(tav.10)
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