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Mario La Cava

 

"...Non ho mai cercato la ricchezza ad ogni costo.

E la mia casa come vedi, te lo dimostra.

Ho speso una vita per scrivere, per analizzare la Calabria.

Non so se bene o male. Questo non tocca a me dirlo.

Posso dire che ho fatto grandi sacrifici,

sperando che questa terra potesse avere una sorte migliore,

 come credo che avrà..."

                                                                                                                                    

da un'intervista a: Mario La Cava - Il Regno di Napoli, 1986

 

 

 

 

Questa breve biografia scritta dallo stesso scrittore come "notizia" a Il matrimonio di Caterina, il lungo racconto da cui Luigi Comencini ha tratto l'omonimo film, è stata riproposta dall'opuscolo "In memoria di Mario La Cava", curato dal prof. Giuseppe Italiano, direttore, nel 1988, della Biblioteca Comunale, pubblicato e distribuito in occasione del trigesimo dello scrittore.

«Mario La Cava è nato l'11 settembre 1908 a Bovalino, un paese della Locride, sulla costa jonica della Calabria, che una volta Alessandro Bonsanti chiamò toscanamente "città". Mario La Cava si compiacque molto di quell'appellativo; e risiedendo costantemente a Bovalino tranne brevi viaggi in Italia e all'estero la sentì come una polis per la sua ispirazione. La campagna gli diede i motivi agresti per le sue opere, la "città" quelli civili delle controverse relazioni umane. La Cava sentì sempre il fascinio dello'antica cultura, il mistero delle oscure origini. Guiardò la vita da un punto di vista periferico dell'Italia e dell'Europa, ben sapendo che essa apparteneva all'Italia e all'Europa. La sua polis cessava così di essere paese, diventava un mondo: e a quel mondo egli è rimasto fedele»

Il padre dello scrittore,  Rocco, era insegnante (fratello dello studioso Francesco, medico ed umanista) mentre la madre Marianna Procopio era una casalinga che ebbe fama artistica nazionale per un libro ricco di ricordi e di sentimenti.

Mario La Cava frequentò la scuola in Calabria e dopo gli studi universitari compiuti a Siena e conclusi con la laurea in Giurisprudenza, dedica l’intera sua vita allo scrivere.
La sua narrativa si contraddistingue per la semplicità espressiva e, per i temi trattati, si pone a difesa degli umili descrivendo le loro sofferenze. Parlando del suo scrivere così disse di se stesso: "… spero di aver pure dato una voce ai più umili della mia terra…"
Il suo primo lungo racconto, "Il matrimonio di Caterina" del 1932, fu apprezzato da Pannunzio, Alvaro, Moravia e da lettori attenti come lo storico del Cristianesimo Ernesto Buonaiuti. L’opera fu pubblicata nel 1977 dopo ben 45 anni dalla sua stesura. Questo libro riuscì ad avere un buon estimatore in Luigi Comencini (Mario La Cava gli ricordava Flaubert) che ne trasse un film per la televisione. La critica nazionale fu colpita benevolmente dalla semplice ed umana espressività dello scrittore ed il giornale francese Le Monde ebbe parole di grande ammirazione sia per il libro che per la trasposizione filmica di Comencini.
Mario La Cava, scrittore che non si è piegato alle mode culturali, esordisce con il suo libretto più famoso, "Caratteri" nel 1939 (ristampato con nuovi scritti nel 1953 e nel 1980). Seguono altre pubblicazioni: "I misteri della Calabria" (1952), "Colloqui con Antonuzza" (1954), "Le memorie del vecchio maresciallo" (1958), "Mimì Cafiero" (1959), "Vita di Stefano" (1962), "Viaggio in Israele" (1967, ristampato nel 1985), "Una storia d’amore" (1973), "I fatti di Casignana" (1974), "La ragazza del vicolo scuro" (1977), "Terra dura" (1980), "Viaggio in Lucania" (1980), "Viaggio in Egitto e altre storie di emigranti" (1986), "Tre racconti" (1987), "Una stagione a Siena" (1988), "Opere teatrali" (1988), "Ritorno di Perri" (1993), "Mario La Cava, Personaggio ed Autore" (1995). Altri inediti (favole, racconti, romanzi, saggi) attendono ancora un editore. Presentando i "caratteri" del 1953 Elio Vittorini scrisse che: "Mario La Cava ... coltiva un suo genere speciale di brevissimi racconti in cui fonde il gusto dell'imitazione dei classici e lo studio naturalistico del prossimo ... (...).
Ancora l’amico Leonardo Sciascia con un articolo pubblicato nel 1987: "… le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità cui aspiravo".
Mario La Cava muore nella sua casa di Bovalino il 16 novembre 1988.
La stampa nazionale e le istituzioni riconobbero questo prestigioso scrittore figlio della Calabria e l’allora Presidente della Repubblica On. Francesco Cossiga con un sentito telegramma alla famiglia ricordò: "… con commozione il lungo e prezioso contributo offerto alla cultura meridionale con particolare sensibilità e riservatezza dello scrittore calabrese".

La prima parte dell'articolo che Leonardo Sciascia, "vecchio amico" dello scrittore scrisse su "La Stampa" del 27 giugno 1987.

«(...)Credo di avere letto per la prima volta qualcosa di Mario La Cava nell’Italiano di Longanesi, tra il '36 e il '37. E poi nell’Omnibus, settimanale che lo stesso Longanesi aveva cominciato a pubblicare, per l'editore Rizzoli, nell'autunno del '37 e che non sarebbe riuscito a durare oltre due anni, per quel tanto di naturale antifascismo che il suo nonconformismo e le sue informazioni letterarie ed artistiche contenevano. Non professava antifascismo, né poteva; e del resto Longanesi anti­fascista non era: ma credo che la mia generazione abbia ricevuto più antifascismo da Omnibus che dal proselitismo marxista e rosselliano che in quegli anni cominciava a trovare un certo incremento.
La Cava, mi pare, pubblicava in Omnibus con una certa assiduità: brevi racconti, note di costume, «caratteri». Con le «lettere» al direttore di Brancati e i brevissimi, metafisici racconti di Enrico Morovich (scrittore ormai da armi in silenzio, e ingiustamente dimenticato), le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità cui aspiravo. Sicché quando, nel 1939,Le Monnier pubblicò il volumetto dei Caratteri (in una collanina, stampata con gusto longanesiano, che si intitolava «L'orto»: nome di evidente intendimento strapaesano), io me lo tenni come un piccolo breviario, e facendovi qualche esercizio di imitazione.
Ci sono, in ogni tempo, dei libri che nascono «classici»: e sono di solito piccoli, esili libri: i Pamphlets di Courier, le Storie naturali di Renard, i Mimi di Francesco Lanza, i Carat­teri di La Cava. Per quel che della vita colgono e per come sono scritti: libri che non si muovono, che non si rimuovono, che non conoscono ascese e cadute, cui né ombre né risalto danno il mutare dei gusti, delle mode. Libri, si potrebbe dire, che stanno: e nessuna mano che li tira giù da uno scaffale mai li butterà via con impazienza. Ma è un discorso da svolgere con più sicure e ampie motivazioni.
Intanto, per La Cava, si può forse trovare un addentellato nella nota apposta (quasi sicuramente di Vittorini) alla seconda edizione dei Caratteri nella collana einaudiana dei «gettoni» (1953): «Mario La Cava è scrittore formatesi fra il '30 e il '40 ma rimasto in margine alle correnti letterarie di quegli anni perché apparteneva un po' a tutte e non era propriamente di nessuna. Coltiva un suo genere speciale di brevissimi racconti in cui fonde il gusto dell'imitazione dei classici e lo studio naturalistico del prossimo. Nato in Calabria nel 1908, a Bovalino Marina, a finora pubblicato un solo volume di queste su/e moralità che chiama Caratteri. Qui noi presentiamo l'insieme del suo lavoro di tanti anni, il poco edito e il molto inedito, sicuri di richiamare l'attenzione su un aspetto tra i più vivi e attuali della nostra letteratura meno nota». (...)
(Leonardo Sciascia,La Stampa, 27.6.1987)


 

Commemorazione del Presidente della Giunta regionale Rosario Olivo. Seduta del Consiglio regionale del 16 novembre 1988.

Onorevoli colleghi, ringrazio il Presidente Calati per aver­mi dato la parola ad inizio di seduta, per rivolgere un commos­so pensiero, un commosso omaggio a Mario La Cava che è mancato stanotte, dopo una lunga malattia. Mario La Cava, grande scrittore calabrese che tutti conosciamo, uomo genero­so, di grande ingegno, di grande spessore culturale, rimasto in Calabria profondamente legato al suo piccolo comune di Bovalino. Un grande scrittore che non ha avuto molta fortuna nella sua attività, anche per questa sua scelta di restare a Bovalino, nella periferia di una regione periferica, in un picco­lo, sperduto paese di questa regione emarginata e lontana, tanto più lontana dalle correnti letterarie ed anche dalle grandi case editrici. Con La Cava, muore un'alta coscienza del popolo calabrese, un maestro esemplare di vita civile.
Fu Elio Vittorini, tra i primi, autorevoli lettori a svelare il talento di questo scrittore originale ed insolito. La sua prosa accurata, ma semplice, ed i suoi temi prediletti, tutti apparte­nenti al mondo dei sentimenti sommersi, non trovano eguali nel panorama della nostra letteratura contemporanea
Altrettanto ostinata e sincera, così come la sua vocazione alla letteratura, è la biografia di Mario La Cava che ha scelto di vivere appartato, nella cittadina natale forse un po' trascurato dalla gente, proprio per questa sua innata riservatezza. E tuttavia, da quell'osservatorio tutto speciale che è stata la sua casa di Bovalino, in faccia a quel mare di cui, stranamente, pochissimo ha parlato nei suoi libri. La Cava, sin dagli anni Trenta, ha cominciato a scrutare quel mondo interiore, di piccoli fatti, di rinunzie più che di clamori, che è comune a tutta la provincia italiana e che è un mondo allo stesso tempo ricchissimo di caratteri. Non a caso, proprio Caratteri, fu il titolo di un suo fortunatissimo libro, costituito da apologhi, ritrattini, ironie, che Le Monnier pubblicò negli anni Trenta a Firenze e negli anni Cinquanta Einaudi ripropose con delle aggiunte.
Leonardo Sciascia, grande scrittore che io amo molto, in un articolo su "La Stampa" pochi mesi fa, testimoniò il suo affetto a Mario La Cava ed il suo apprezzamento per lo scrittore calabrese dicendo che aveva imparato a fare, ad essere scrittore, giornalista, proprio leggendo i libri di Mario La Cava e, particolarmente, i Caratteri. I caratteri, tuttavia, con i quali La Cava aveva cominciato a collaborare all'Italiano di Longane-si, avrebbero potuto dare di lui un'immagine deformata. E La Cava si cimenta nella grande narrativa e si conferma romanzie­re di grande respiro con Mimi Cafiero e Vita di Stefano, due personaggi tipici che ben presto diventano emblema di una Calabria che ha voglia di cambiare, crescere, uscire dall'isola­mento.
Accanto alla sua opera di narratore, vi è quella, spesso dimenticata, di giornalista e polemista: dapprima per "II Mondo" e, molto più di recente, per il "Corriere della Sera", per "La Stampa", per "II Giorno", per "Calabria", la rivista del Consiglio regionale della Calabria. I critici, giustamente, sottolineano che il capolavoro di La Cava è il lungo racconto Il Matrimonio di Caterina che scrisse all’inizio della sua carriera e che ha visto la luce solo negli anni '70. Ricordo a proposito che il regista Comencini da questo romanzo ha tratto un significativo film per la televisione.
Caterina è uno di questi personaggi segnati dal destino che desidera intensamente di vivere la sua storia d'amore. Ma le circostanze le metteranno lungo il cammino, con la complicità involontaria dei suoi genitori, un ragazzo privo di scrupoli. Il suo diverrà un matrimonio mancato, ma vissuto, nei preparati­vi del fidanzamento, attimo per attimo.
E' proprio questo il pregio di La Cava: immergerci nel vivo di queste situazioni mancate, ma vissute, dalla parte di chi avverte il desiderio di superarle.
Pur senza rinunziare ai propri sentimenti, alla propria natura schiva e forse, inizialmente alla vocazione, alla solitudi­ne. Da queste pagine viene facile a tutto tondo lo spaccato di una terra, la nostra, che ha toccato con mano, per secoli, la solitu­dine; emerge, senza falsi pudori ed anzi con una coscienza limpida e non fatalista, la coscienza di un grande scrittore come La Cava. Perciò nei suoi confronti il nostro debito, non può e non deve estìnguersi. Come Regione abbiamo cercato di fare modestamente la nostra parte: la stiamo facendo oggi, con il collega Di Marco; ho tentato di farla io, in precedenza, come Assessore alla Cultura, anche con la pubblicazione di inediti di Mario La Cava. Ma vedo con grande amarezza, che una rivista che si chiama "Cultura calabrese", ha attaccato ferocemente una delibera della Giunta regionale che aveva affidato a Brenner su precise indicazioni date dallo scrittore La Cava molti mesi prima, le pubblicazioni dei suoi inediti teatrali. Questa rivista a cui non ne va bene una, ha attaccato anche questa decisione della vecchia Giunta regionale.
Non va dimenticato che La Cava ha lavorato gomito a gomito con altri due grandi scrittori calabresi: con Corrado Alvaro, cui si rivolse per i primi consigli e suggerimenti e con Fortunato Seminara che fu suo amico e che con lui ha condivi­so questo duro destino di intellettuale, che desidera ostinata­mente vivere e lavorare nella propria terra di origine, anche se lontano dai centri dov'è l'industria editoriale.
La Cava è uno scrittore che forse impareremo a conoscere ed apprezzare ancora più profondamente con gli anni.
Per ora resta il rammarico, che la sua opera, da due anni non è più riproposta dai grandi editori, presso i quali i suoi libri sono stati pubblicati.
E' per questi motivi ci si augura che anche in Calabria sorgano efficienti culture editoriali. Ieri ne abbiamo parlato. Ne ha parlato bene a nome della Giunta regionale il collega Di Marco, concludendo il dibattito sull'informazione in Calabria. Significa che c'è un 'altrettanto efficiente coscienza del patri­monio di idee, pensiero, fantasia, immaginazione che gli intel­lettuali calabresi hanno dato al Novecento, conquistando un ruolo tutt'altro che secondario nella storia della cultura nazio­nale. Il caso di La Cava ci segnala questa esigenza con la massima urgenza e con altrettanta drammaticità.
Ci si augura perciò che trovi eco, soprattutto nei giovani calabresi che di questo patrimonio devono ed oggi possono essere fruitori.
Mario La Cava non ha avuto grandi attenzioni dalle istitu­zioni calabresi. Abbiamo tentato in ultimo e con molto ritardo, di colmare queste lacune in parte, in piccolissima parte, chie­dendo per lo scrittore Mario La Cava, l'applicazione della cosiddetta «Legge Bocchelli», una richiesta che il Consiglio dei Ministri ha accolto, se non ricordo male, un anno e mezzo addietro.
Un piccolo gesto significativo, ripeto, fatto con molto ritardo e la consapevolezza da parte nostra che abbiamo un grande debito da pagare a Mario La Cava, nel momento in cui gli rivolgiamo il più commosso pensiero e nel momento in cui a nome, io credo, del Consiglio regionale, a nome della Giunta regionale della Calabria, noi esprimiamo il nostro sentimento di profondo cordoglio eia nostra solidale vicinanza alla moglie, ai figli, a tutti i suoi familiari, al comune di Bovalino, alla Calabria che ha perso un'alta coscienza civile.


 

Intervento commemorativo del Sindaco di Bovalino Tommaso Mittiga, pronunciato sul sagrato della chiesa di Bovalino, a conclusione del rito funebre.

Con la scomparsa di Mario La Cava se ne va l'ultima parte della vecchia Bovalino, rifugio e fucina di un grande scrittore, che, come dice Elio Vittorini, è rimasto in margine alle correnti letterarie perché apparteneva a tutte e non era propriamente di nessuna. Quale Sindaco di questa Bovalino, che ha dato i natali a Mario La Cava, mi limiterò a ricordare di lui i tratti umani e l'impegno socio-politico sorretto da una grande dirittura mora­le. Strano destino il suo; stamane la città si è svegliata e scopre dai titoli di tutta la stampa italiana che l’Avvocato, come comunemente anche gli amici lo chiamavano, è stato in realtà molto, molto più grande e stimato di quanto si pensava. E si parla di lui con rinnovato stupore, con accresciuta ammirazio­ne, con rimpianto di non aver prima potuto ringraziare di persona quest'uomo per i servizi resi in positivo alla sua Calabria. Questa Calabria che egli ha amato quasi fosse persona fisica; questa Calabria che egli ha difeso da chi, all'interno o all'esterno della Regione, avesse tentato di insudiciarne il nome, la storia, la civiltà, i valori.
Titolavano dunque oggi i giornali: "Autore indipendente e fine ingegnere di anime", Gazzetta del Sud; il Corriere della Sera: "Lo scrittore mite e incompreso"; la Repubblica: "Romanziere e meridionalista"; il Messaggero: "Uno dei più grandi scrittori calabresi"; il Giornale di Calabria: "La Cava "meridione" dell'anima"; L'Unità: "Raccontò la Calabria sconfitta, esempio raro di salutare coincidenza tra identità regionale e coerenza intellettuale e morale".
Chi è dunque questo La Cava, al quale oggi qui convenuti per il triste evento rendiamo onore in forma solenne; questo figlio di Bovalino che dal premio "Villa" al premio "Sila" e al "Sibari", ha vinto tutti i premi letterari della Regione fino ad arrivare al prestigioso premio "Saint-Vincent" per il film tratto da Comencini da Il matrimonio di Caterina? E' uno di noi, è uno come noi, cari concittadini, che però ha avuto la forza d'animo, l'intelligenza, la costanza ed il rigore morale per animare quei pensieri o quei nobili propositi, che per molti di noi, quando sopravvengono, restano appunto propositi; non per Mario La Cava, per il quale divenivano azioni, azioni squisita­mente intellettuali, certo, ma pur sempre azioni.
Il bambino scontroso, timido, con una segreta volontà di emergere - come egli stesso si definì una volta in un'intervista a Pasquino Crupi, suo grande estimatore ed amico - pur nato e cresciuto in una casa benestante, non riuscì mai a cancellare dalla mente e dal cuore la Calabria senza scarpe; la Calabria delle castagne secche, la Calabria della opprimente tirannia dei padroni nell'agraria società anteguerra, la Calabria delle lotte contadine della vicina Casignana, la Calabria dell'arbitrio, la Calabria oggi dilaniata, spartita, vilipesa, mortificata dalla piovra mafiosa.

E Mario La Cava scoprì che il suo disagio interiore iniziale era divenuto vocazione e che la vocazione aveva un solo sbocco professionale: la civile denunzia dei mali endemici della sua terra attraverso la penna ed uno stile scarno, disadorno, essen­ziale, talvolta crudele, ma sempre civile e ponderato. Ma sfortunatamente per lui, il periodo di maggiore vigoria fisica, il periodo della gioventù coincise anche con quello di minore libertà per gli italiani di poter esprimere liberamente e compiu­tamente il proprio pensiero e le proprie opinioni. Così dovette mordere il freno per non scendere a vili compromessi, come invece accadde a tanti intellettuali di quel periodo.
Il riscatto della condizione di subalternità dei calabresi in ogni campo, anche in quello culturale ed intellettuale, diviene il fine di La Cava; riscatto che egli persegue
costantemente con la narrazione semplice ed attenta nei racconti; con l'analisi dei fatti e degli accadimenti, sorretta da uno studio di ricerca introspettiva nei personaggi dei suoi romanzi; con la descrizio­ne minuta e sorniona di precise tipologie nei Caratteri, vero specchio della società bovalinese e meridionale in genere. Ma anche con la coraggiosa chiarezza ed uno stile più efficacemen­te autorevole nei saggi e scritti giornalistici pubblicati sui maggiori quotidiani e periodici italiani.
Mario La Cava amò Bovalino. "Non vuole il male di nessuno - scrisse Walter Pedullà. La Cava non darebbe mai l'inferno ai suoi pur meritevoli concittadini".
Ora se n'è andato in punta di piedi, in silenzio e con umiltà. E nella disadorna stanzetta di un ospedale romano ha affidato alcuni mesi fa l'ultimo messaggio: "Non sono stato mai fortunato nella vita. Sento di avere ancora molto da scrivere e da raccontare".
Ed il racconto della propria esistenza di scrittore meridio­nale rimasto legato alle sue radici, alla sua Bovalino, alla nostra Bovalino, senza lasciarsi avvincere da richiami mondani e salottieri, viene affidato a noi tutd come messaggio ed esempio di vita. E' necessario dunque che Bovalino e la Calabria non dimentichino Mario La Cava; il suo insegnamento e la sua Figura restino per noi adulti e non, che abbiamo avuto la fortuna e l'onore di conoscerlo personalmente, e per le generazioni future, per le quali pur sempre Mario La Cava rimarrà un faro, un simbolo, una meta ideale alla quale convergere nell'intento di dare alla nostra terra quel contributo che la possa far crescere nella libertà, nella cultura, nel civile confronto, ma anche nella dimensione umana tanto cara a lui.

 

Intervento commemorativo di Augusto Di Marco, assessore regionale alla Pubblica Istruzione  Promozione culturale, Beni Culturali e Informazione.

 Quando una personalità di rilievo, così grande come quella di Mario La Cava, ci lascia, siamo colli da un senso di rammarico, di tristezza profonda e anche forse da un pizzico di senso di colpa.
La Cava è stato un grande scrittore calabrese, ma è stato uno scrittore grande per il nostro Paese. Ed egli, seppure conosciuto qui in Calabria e nel Paese, probabilmente, anzi certamente, non ha avuto, qui in Calabria e altrove, l'attenzione che una cosi grande personalità meritava. Da qui forse quel senso di tristezza di cui ho parlato.
La produzione sua è stata grande e importante, ed io ritengo che con lui sia scomparso l'ultimo grande scrittore della Calabria, che ha profuso un impegno sociale e meridionalista di grande rilievo. Il che, lo ribadisco, lo iscrive non nella cultura calabrese ma nella cultura nazionale.
Io non voglio aggiungere altro a quanto ha detto il Sindaco circa l'importanza dell'opera sua; ma voglio fare invece un'al­tra considerazione: che La Cava, per i calabresi e per gli italiani, costituisce un modello, un esempio, una testimonianza di vita civile. In un momento come questo, in cui anche il mondo degli intellettuali facilmente si piega al rapporto con il potere. La Cava ha sempre rivendicato autonomia e indipendenza di giudizio; e in questo, anche, è il valore dell'opera sua.
Io ho sentito, ho letto sui giornali, che, dopo lunga malattia, egli è morto sereno; e, di questo, devo dire che non mi sono stupito affatto, perché quando si conduce una vita con rigore morale come La Cava l'ha condotta, certamente il momento della morte non coglie l'uomo-impreparato ne pauroso.
Concludo volendo ricordare che non è fatto di provinciali­smo quello di La Cava d'essere voluto rimanere nella terra sua a testimoniare il suo impegno e il suo affetto; e invece è un motivo profondo e d'impegno morale, di concezione etica e politica, che ha guidato tutta la sua vita.
Per le giovani generazioni deve costituire un esempio; e io penso che se tanti intellettuali della Calabria (e tanti ce ne sono stati e ce ne sono), se tanta parte della classe politica, se tanta parte della classe dirigente avesse saputo portare nella vita 1 ' impegno e il rigore di La Cava, è certo che la nostra terra, che merita un migliore futuro, non sarebbe nelle condizioni dram­matiche in cui oggi si trova e da cui tutti, con il nostro contributo, dobbiamo cercare di farla venire fuori.

 

Intervento commemorativo del Prof. Pasquino Crupi, rappresentante degli intellettuali calabresi.

 A nome degli intellettuali calabresi, progressisti e demo­cratici, ma soprattutto per l'incarico della famiglia, assolvo al dovere, che si riempie di nobile tristezza, di tentare discorso non funebre, per quanto paradossale l'affermazione possa apparire, per Mario La Cava, la cui vocazione alla parola, alla parola autonoma del già originale pensiero meridionale, è stata ora taciuta dalla morte; ma taciuta nella fisicità delle sue componenti sonore, che lamentano labbra vive, non già nell'e­nergia che rimane inconsunta nei suoi numerosi, raccordati e sfortunati libri.
Recensire una vita, la vita di Mario La Cava, di fronte alla morte, che sembra togliere significato, e alla parola certamente toglie di essere da tutti ascoltata, soprattutto da lui, è assai difficile. Neppure la memoria, in questa circostanza, neppure la memoria, in cui solitamente ci si rifugia per scacciare il presente atroce, ci aiuta.
Qui questa sera, come ieri, la memoria, che sempre selezio­na e scarta i fatti, oggi li affolla, li aumenta, li moltiplica; ce li sbatte contro non offrendo l'unica strada da percorrere, sembra consigliare che meglio è il pianto degli occhi e il pianto del cuore per i più forti. Ne ci aiuta la stampa nazionale, che per la firma di due illustri critici che gli sono stati amici. Giuliano Gramigna e G. Barberi Squarciti, riconsegna su pagine nazio­nali, a mezzo di Mario La Cava, quei tratti di nitidezza, di chiarore e di onestà, che per tanto tempo sono mancati all'im­magine della Calabria. Ma perché insistere; io credo che la migliore recensione della vita di Mario La Cava sia stata detta ieri dalle visite numerose alla famiglia ed è scritta questa sera da questa folla varia e composita fatta di uomini che Mario La Cava amava e di intellettuali che (bisogna dire la verità) amava di meno. E che onora in lui la più alta cattedra (l'ha già rilevato l'Assessore Di Marco), che onora in lui, con la sua presenza, la più alta cattedra di moralità intellettuale del Novecento lettera­rio calabrese.
Lo scrittore del nido, che è rimasto nel nido non pigolandovi insincero da lontano, come fanno tant'altri. Ed è qui, non la sua tipicità, come è stato scritto, la sua anomali a rispetto al cammi­no millenario della letteratura meridionale e della letteratura calabrese.che è nata itinerante, che ha sempre camminato. La letteratura calabrese, sia che abbia parlato in latino con Cassiodoro, sia che abbia parlato in greco con Barlaam, sia che abbia parlato in siciliano illustre con Folco Rufo, sia che abbia parlato in italiano ed in latino con Tommaso Campanella, è sempre fuggita dalla regione. Mario La Cava è rimasto nella sua regione, in questo paese di Bovalino, perché aveva capito che non può andare in fuga dalla società dello stato d'assedio chi ha la testa alta; chi ha la testa alta sta nella società calabrese dello stato d'assedio. Ed egli vi ha dimorato per tutta la sua esistenza, con l'ingresso nella letteratura dello stato d'assedio, che è l'unica letteratura possibile per gli scrittori meridionali e calabresi. I quali non sono liberi, ma non solo economicamen­te. Lo scrittore che vive a Milano è libero di scegliere e inventare le sue storie; ma lo scrittore che vive in Calabria, a Bovalino, non è libero di scegliere le sue storie. Deve narrare storie che marcano differenze, deve narrare - come egli ha narrato - vicende dolenti; e in ciò però distinguendosi dal complesso della letteratura meridionale occupata dal potere allucinatorio della fame, dai briganti che non potettero essere emigranti, dagli emigranti che non furono briganti; e non c'è nelle sue pagine linde ne ribellismo ne mafia, non perché li ignorasse. Storie di umili e di umiliati, che non si arrendono, che lottano, che sono vibrati dalla religione laica della visione della vita dello scrittore Mario La Cava. Una sola volta, ne I fatti di Casignana, dove la sua parola, sempre perplessa, acquista questa volta l'impazienza propria dei cronisti faziosi del Tre­cento, Giovanni Villani o Dino Compagni, in quel romanzo, gli umili, che non vogliono essere più umiliati, vanno alla lotta per la conquista delle terre mal coltivate, le sradicano, le recupera­no dall'aridità secolare e poi ne sono scacciati con la forza e la strage.
Si stia bene attenti: il 1974, l'anno in cui escono I fatti di Casignana, è l’anno della rivoluzione copernicana della narra­tiva di Mario La Cava, anche se ce ne accorgiamo solo adesso che è morto; è l'anno in cui egli scopre, malo dissimula - lui che ha sempre detto il vero - scopre di avere narrato, attraverso tante vicende diverse, di avere narrato il romanzo lungo della scon­fitta; della sconfitta della società calabrese.
E poi con Una stagione a Siena, il romanzo della sconfitta della cultura: di gruppi e di individui. In Una stagione a Siena, che è Uscito da pochi mesi, non ci sono dentro più figure di popolani e di popolane, non ci sono più piccoli borghesi; lì dentro c'è Mario La Cava, autobiografico; c'è Mario La Cava studente a Siena, Mario La Cava scrittore esordiente in Calabria. E vi lancia dentro il mestiere di scrivere, nella illusione illuministica che il mestiere di scrivere può avviare anch'esso un mutamento della società. Ed egli ha coscienza nella Stagione a Siena, non direi la certezza, ma il brivido che la parola, in questa società meridionale ferocissima, in questa società cala­brese altrettanto feroce, quando la società è in guerra e quando la società è consumata dai consumi, la parola non si sposta verso una realtà migliore.
Quando saremo più sereni - mi dispiace dover ripetere parole già scritte per la Gazzetta del Sud - quando saremo più sereni, cioè quando saremo inumanamente lontani dalla morte di Mario La Cava, capiremo quello che non avevamo compiu­tamente capito: il carattere concentrato della scrittura di questo scrittore unitario, il più unitario degli scrittori meridionali e calabresi; uno scrittore che è vissuto in provincia, ma non per questo uno scrittore di provincia. Egli non si è piegato alle mode culturali, e questo possono farlo soltanto gli scrittori dietro cui, come diceva De Sanctis

c'è la pianta-uomo. E questo non è senza conseguenze sul piano immediatamente letterario, per­ché quando si ha la testa alta sulle mode culturali può avvenire questo prodigio: fare della sconfitta narrata, la vittoria della parola, che in lui non fu mai una "cicala spaccata", per recuperare alcuni versi di Ludovico Arrosto. La parola, la parola libera, indipendente, autonoma. E allora questa morte segna sì il lutto della Calabria degli umili, dei poveri, di quelli che aspirano ad una società migliore, ma segna soprattutto il lutto della democrazia della parola.
E qui il critico deve cedere parola ad altri sentimenti. Ho . sentito ieri, nella visita che ho fatto alla famiglia, in una circostanza nella quale non si sa quali parole pronunciare, ho sentito ieri - la parola è forte ma è adeguata all'eroica moglie di Mario La Cava - : "Sono rimasta sola". Non è vero signora La Cava. Le resta qualcosa di più, se non di meglio dei ricordi. Attendono a casa i libri di Mario La Cava. Basta aprirne uno perché accorrano e soccorrano migliala di lettori, i quali diranno con voce forte la probità di Mario La Cava. E da queste compagnie, che non spariranno mai, voi sarete sempre circon­data. Questo miracolo lo produce solo l'arte, che creando pensieri di rivolta, resta, fa più forte gli altri, lasciando povero chi l'ha prodotto.
I figli di La Cava potranno dire non a Bovalino, ma alla Calabria; e se ci fossero le telecamere nazionali (che si accendono soltanto sui cadaveri) potrebbero dire all'intera nazione, con le parole dei figli di Machiavelli: "Nostro padre è morto e ci ha lasciati poveri". Ma vostro padre, che vi ha lasciati poveri, ha fatto ricchi tutti noi. Noi cresciuti al tuo libero splendore, noi che ti amammo, o Mario La Cava.

 

                                                                                     Le Opere

Anno

 Titolo

1939

Caratteri (ristampato con nuovi scritti nel 1953 e nel 1980

1952

I misteri della Calabria

1954

Colloqui con Antonuzza

1958

Le Memorie del vecchio maresciallo

1959

Mimì Cafiero

1962

Vita di Stefano

1967

Viaggio in Israele (ristampato nel 1985)

1973

Una storia d'amore

1974

I fatti di Casignana

1977

La ragazza del vicolo scuro

1980

Terra dura

1980

Viaggio in Lucania

1986

Viaggio in Egitto e altre storie di emigranti

1987

Tre racconti

1988

Una stagione a Siena

1988

Opere teatrali

1993

Ritorno di Perri

1995

Mario La Cava Personaggio ed Autore

 

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