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La
Mariba, cooperativa di servizi operante nel porto di Gioia
Tauro e pesantemente infiltrata dalla ‘ndrangheta, "negli
anni 1997, 1998 e 1999, ha tenuto, per ciascun lavoratore,
fogli di presenza mensili non regolamentari ed, in parte,
compilati a matita". Armata di gomma e lapis, poteva
decidere giorno per giorno chi far entrare nell’importante
area portuale calabrese e chi tenere fuori. Evidentemente,
prima degli arresti del gennaio 1999, la Mariba non aveva
mai subito "alcuna significativa attività ispettiva da parte
degli organi competenti".
E’ una
delle tante conclusioni clamorose che emergono dalla
relazione della Commissione Antimafia sullo stato della
lotta alla criminalità organizzata in Calabria approvata il
26 luglio scorso dopo un aspro scontro politico tra
maggioranza e opposizione. Una relazione, quella del
senatore diessino Michele Figurelli, che è una miniera di
informazioni sulle più recenti evoluzioni della ‘ndrangheta,
ma soprattutto su come i meccanismi di prevenzione posti ad
argine della criminalità organizzata facciano acqua da tutte
le parti.
Storie
di ordinaria inefficienza, ma anche di collusioni più o meno
velate tra imprese e organizzazioni mafiose. Nonostante gli
annunci ottimistici di blindature dei grandi investimenti e
di controlli preventivi capillari, la realtà fotografata dai
parlamentari dell’Antimafia è tutt’altro che rassicurante.
Il
caso di Gioia Tauro è quello più clamoroso perché, come ha
spiegato nella sua audizione il magistrato della DDA di
Reggio Calabria Roberto Pennisi, lì si "blindava" un
fenomeno che "si era verificato a monte prima che
intervenisse questo cordone sanitario attorno agli accordi
che si erano definiti". Accordi mafiosi, per intenderci. Per
di più garantiti dalle attività di protezione messe in atto
proprio dallo Stato.
Una
realtà sconcertante, che emerge impietosamente dalla
puntuale ricostruzione dei fatti compiuta dalla relazione
Figurelli. Soprattutto quando passa a trattare il ruolo
dell’ex prefetto di Reggio Calabria Rapisarda - il quale,
appena due mesi prima che scoppiasse la bufera su Gioia
Tauro, sosteneva che si erano verificate solo "alcune
smagliature" nei "sicuri riscontri positivi" del porto - e
dell’allora presidente del Comitato per il coordinamento e
lo sviluppo di Gioia Tauro, l’ex sottosegretario ai
Trasporti Pino Soriero. Quest’ultimo aveva più volte
manifestato allarme e preoccupazione per la situazione
venutasi a creare nel porto, ma con lui e con l’ex prefetto
di Reggio la Commissione Antimafia non è stata comunque
tenera: "Né agli atti della Commissione - è scritto nella
relazione - altro è risultato circa l’esercizio da parte del
Comitato medesimo (nel quale si confrontavano forze ed
istituzioni diverse) di concrete azioni di prevenzione e
circa l’esercizio da parte dell’autorità prefettizia dei
poteri di controllo preventivo".
Nella
pagina successiva la Commissione rincara la dose: "Il
mancato controllo del territorio - si sostiene - ha avuto
conseguenze particolari: da un lato perché non è stata
assicurata un’adeguata vigilanza sulla movimentazione dei
containers, che potevano nascondere merci di varia natura
comprese armi, droga, scorie, con un’altissima probabilità
di transitare nel porto senza verifica alcuna; e,
dall’altro, perché il master plan (il piano generale
delle infrastrutture ndr.) ha subito varie modifiche, e,
nelle diverse stesure, reca i segni evidenti di vari
condizionamenti, compreso quello mafioso".
Un
colpo micidiale all’immagine idilliaca della grande impresa
del nord che va ad investire al sud in condizioni di
sicurezza, trasparenza e legalità. Dalla relazione si evince
invece che nell’operazione porto di Gioia Tauro legalità e
illegalità si sono intrecciate ancora una volta in maniera
inquietante. Basti pensare che la società addetta al
trasporto delle maestranze del porto - la Babele
Publi-Service, risultata poi sotto il controllo del più
giovane della famiglia mafiosa dei Piromalli, Gioacchino -
"ha chiesto e ottenuto agevolazioni finanziarie ai sensi
della legge 488/92 pari a lire 337.200.000, viste le
positive risultanze istruttorie in merito alla domanda".
Ma non
è solo la storia infinita del caso Gioia Tauro ad essere
sotto la lente d’ingrandimento dell’Antimafia. Tra le
duecento pagine della relazione emergono altre "chicche"
incredibili. E questa volta sotto esame sono le banche.
C’è il
caso della Banca popolare di Palmi, in seguito commissariata
dalla Banca d’Italia, che elargisce fidi per 5 miliardi alla
società Kero Sud, i cui titolari - i fratelli Ruggiero,
indagati per associazione mafiosa - si precipitano nel giro
di poche ore a restituire il prestito miliardario quando
vengono a sapere che la banca centrale sta compiendo
l’ispezione. E c’è il caso del "lavaggio del denaro" presso
la Banca Popolare di Crotone e presso la filiale crotonese
dell’Istituto San Paolo di Torino. I commissari
sconsolatamente concludono che le anomalie nell’operatività
delle due banche crotonesi "costituiscono esempi ulteriori
dell’ineffettività della normativa preventiva
antiriciclaggio".
Secondo l’Antimafia, in Calabria è tutto il sistema di
prevenzione a dimostrare una congenita debolezza: dal 1991,
anno di entrata in vigore della legge antiriciclaggio, al
1997 il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia
si Finanza ha ricevuto dalle questure calabresi soltanto 219
segnalazioni di operazioni sospette. Le segnalazioni di
banche, uffici postali e società finanziarie calabresi sono
passate dal 24,24% del totale nazionale del 1992 all’1,19%
del 1997. La causa di un così scarso livello di
collaborazione? L’intimidazione mafiosa che finisce per
condizionare i dipendenti degli istituti di credito.
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