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13.9.2000

La relazione della Commissione Antimafia

’Ndrangheta,
banche e imprese

Francesco Silvestri


La Mariba, cooperativa di servizi operante nel porto di Gioia Tauro e pesantemente infiltrata dalla ‘ndrangheta, "negli anni 1997, 1998 e 1999, ha tenuto, per ciascun lavoratore, fogli di presenza mensili non regolamentari ed, in parte, compilati a matita". Armata di gomma e lapis, poteva decidere giorno per giorno chi far entrare nell’importante area portuale calabrese e chi tenere fuori. Evidentemente, prima degli arresti del gennaio 1999, la Mariba non aveva mai subito "alcuna significativa attività ispettiva da parte degli organi competenti".

E’ una delle tante conclusioni clamorose che emergono dalla relazione della Commissione Antimafia sullo stato della lotta alla criminalità organizzata in Calabria approvata il 26 luglio scorso dopo un aspro scontro politico tra maggioranza e opposizione. Una relazione, quella del senatore diessino Michele Figurelli, che è una miniera di informazioni sulle più recenti evoluzioni della ‘ndrangheta, ma soprattutto su come i meccanismi di prevenzione posti ad argine della criminalità organizzata facciano acqua da tutte le parti.

Storie di ordinaria inefficienza, ma anche di collusioni più o meno velate tra imprese e organizzazioni mafiose. Nonostante gli annunci ottimistici di blindature dei grandi investimenti e di controlli preventivi capillari, la realtà fotografata dai parlamentari dell’Antimafia è tutt’altro che rassicurante.

Il caso di Gioia Tauro è quello più clamoroso perché, come ha spiegato nella sua audizione il magistrato della DDA di Reggio Calabria Roberto Pennisi, lì si "blindava" un fenomeno che "si era verificato a monte prima che intervenisse questo cordone sanitario attorno agli accordi che si erano definiti". Accordi mafiosi, per intenderci. Per di più garantiti dalle attività di protezione messe in atto proprio dallo Stato.

Una realtà sconcertante, che emerge impietosamente dalla puntuale ricostruzione dei fatti compiuta dalla relazione Figurelli. Soprattutto quando passa a trattare il ruolo dell’ex prefetto di Reggio Calabria Rapisarda - il quale, appena due mesi prima che scoppiasse la bufera su Gioia Tauro, sosteneva che si erano verificate solo "alcune smagliature" nei "sicuri riscontri positivi" del porto - e dell’allora presidente del Comitato per il coordinamento e lo sviluppo di Gioia Tauro, l’ex sottosegretario ai Trasporti Pino Soriero. Quest’ultimo aveva più volte manifestato allarme e preoccupazione per la situazione venutasi a creare nel porto, ma con lui e con l’ex prefetto di Reggio la Commissione Antimafia non è stata comunque tenera: "Né agli atti della Commissione - è scritto nella relazione - altro è risultato circa l’esercizio da parte del Comitato medesimo (nel quale si confrontavano forze ed istituzioni diverse) di concrete azioni di prevenzione e circa l’esercizio da parte dell’autorità prefettizia dei poteri di controllo preventivo".

Nella pagina successiva la Commissione rincara la dose: "Il mancato controllo del territorio - si sostiene - ha avuto conseguenze particolari: da un lato perché non è stata assicurata un’adeguata vigilanza sulla movimentazione dei containers, che potevano nascondere merci di varia natura comprese armi, droga, scorie, con un’altissima probabilità di transitare nel porto senza verifica alcuna; e, dall’altro, perché il master plan (il piano generale delle infrastrutture ndr.) ha subito varie modifiche, e, nelle diverse stesure, reca i segni evidenti di vari condizionamenti, compreso quello mafioso".

Un colpo micidiale all’immagine idilliaca della grande impresa del nord che va ad investire al sud in condizioni di sicurezza, trasparenza e legalità. Dalla relazione si evince invece che nell’operazione porto di Gioia Tauro legalità e illegalità si sono intrecciate ancora una volta in maniera inquietante. Basti pensare che la società addetta al trasporto delle maestranze del porto - la Babele Publi-Service, risultata poi sotto il controllo del più giovane della famiglia mafiosa dei Piromalli, Gioacchino - "ha chiesto e ottenuto agevolazioni finanziarie ai sensi della legge 488/92 pari a lire 337.200.000, viste le positive risultanze istruttorie in merito alla domanda".

Ma non è solo la storia infinita del caso Gioia Tauro ad essere sotto la lente d’ingrandimento dell’Antimafia. Tra le duecento pagine della relazione emergono altre "chicche" incredibili. E questa volta sotto esame sono le banche.

C’è il caso della Banca popolare di Palmi, in seguito commissariata dalla Banca d’Italia, che elargisce fidi per 5 miliardi alla società Kero Sud, i cui titolari - i fratelli Ruggiero, indagati per associazione mafiosa - si precipitano nel giro di poche ore a restituire il prestito miliardario quando vengono a sapere che la banca centrale sta compiendo l’ispezione. E c’è il caso del "lavaggio del denaro" presso la Banca Popolare di Crotone e presso la filiale crotonese dell’Istituto San Paolo di Torino. I commissari sconsolatamente concludono che le anomalie nell’operatività delle due banche crotonesi "costituiscono esempi ulteriori dell’ineffettività della normativa preventiva antiriciclaggio".

Secondo l’Antimafia, in Calabria è tutto il sistema di prevenzione a dimostrare una congenita debolezza: dal 1991, anno di entrata in vigore della legge antiriciclaggio, al 1997 il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia si Finanza ha ricevuto dalle questure calabresi soltanto 219 segnalazioni di operazioni sospette. Le segnalazioni di banche, uffici postali e società finanziarie calabresi sono passate dal 24,24% del totale nazionale del 1992 all’1,19% del 1997. La causa di un così scarso livello di collaborazione? L’intimidazione mafiosa che finisce per condizionare i dipendenti degli istituti di credito.

 

 

 

 

 

 

 

 
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